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10 ottobre 2006

Bocconi: la crescita economica ci rende migliori. Ma solo se è diffusa

Quando aumenta il tenore di vita le società si fanno più aperte, tolleranti e democratiche, mentre la contrazione genera oscurantismo,
Quando aumenta il tenore di vita le società si fanno più aperte, tolleranti e democratiche, mentre la contrazione genera oscurantismo, afferma Benjamin Friedman. E lo dimostra con la storia, la letteratura e l’economia.

Che la crescita economica ci faccia stare meglio dal punto di vista materiale lo diamo tutti per scontato, ma una lunga tradizione di pensiero imputa al benessere economico seri difetti morali. Oggi siamo più ricchi, ma anche più egoisti, individualisti e intolleranti, sostengono i critici, e abbiamo raggiunto il benessere a costo di cambiamenti sociali che implicano lo sfruttamento del lavoro altrui, un’innaturale inurbazione e la disintegrazione dei legami sociali tradizionali.
Tutto falso, sostiene invece Benjamin Friedman, professore di economia ad Harvard in Il valore etico della crescita economica. Sviluppo economico e progresso civile (Università Bocconi editore, 2006, 720 pagine, 34,50 euro): “Lo sviluppo economico rende una società più aperta, tollerante e democratica”. E difende la propria tesi attraverso argomenti di storia economica e di economia, che non possono lasciare insensibile neppure il lettore più scettico. Friedman ripercorre la storia economica degli Stati Uniti dall’Ottocento a oggi e verifica che ai momenti di crescita economica sono sempre corrisposti periodi di apertura sociale, mentre le ricadute nell’intolleranza hanno sempre seguito anni di contrazione. Un tratto affascinante delle argomentazioni di Friedman, e del tutto insolito per un economista, è il continuo ritrovare i motivi sociali dominanti delle diverse epoche nello sviluppo della letteratura, e in particolare del romanzo. Capita, così, che Horatio Alger e Scott Fitzgerald si meritino più citazioni di David Ricardo e John Maynard Keynes.

La forza di Friedman sta nel fatto che non è un apologeta acritico della crescita. Qualifica la sua tesi chiarendo che la crescita ha una dimensione etica solo quando la ricchezza che ne deriva è distribuita in modo diffuso e dichiara esplicitamente che lo Stato non solo può, ma deve fare di tutto per promuovere questo tipo di crescita e un’equa distribuzione. Le amministrazioni degli Stati Uniti, negli ultimi 30 anni, non lo hanno fatto e si deve a questo, sostiene Friedman, l’umore nero dell’opinione pubblica americana che oggi ritiene in declino le possibilità di realizzazione del sogno americano di mobilità economica e sociale. Ammette, inoltre, che la relazione tra crescita e apertura, o tra contrazione e chiusura, ha avuto una chiara, importante eccezione nella storia americana con la Grande Depressione, unico periodo di crollo economico al quale non sia corrisposto nessun ridimensionamento delle libertà civili.

Friedman, per essere sicuro che il legame non sia una prerogativa americana, mette alla prova la propria tesi applicandola alla storia europea e all’attualità dei paesi in via di sviluppo. “L’atteggiamento delle persone verso se stesse, verso i concittadini e verso la società nel suo complesso cambia a seconda che il loro tenore di vita stia migliorando, stagnando o addirittura peggiorando”, sostiene, evidenziando che a importare non è il livello della ricchezza, ma il segno del cambiamento e giungendo perciò all’incoraggiante corollario che realtà emergenti come la Cina e l’India, se continueranno a crescere, “non dovranno attendere di raggiungere livelli di reddito occidentali prima di poter attuare una consistente liberalizzazione politica e sociale”.

Attorno alla crescita o alla stagnazione, spiega Friedman, si sviluppano circoli virtuosi o viziosi nei quali benessere e apertura, o contrazione e chiusura, si alimentano reciprocamente, ma l’innesco dei circoli viziosi è più probabile di quello dei circoli virtuosi. La crescita, così, non deve fermarsi, pena il deterioramento della società civile, e il dovere dei governi è perciò quello di garantire che prosegua.

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