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30 ottobre 2006

Laureare l’esperienza: è giusto?

L’articolo 5 comma 7 del D.M. (decreto ministeriale) 270/04 dice: “Le università possono riconoscere come crediti formativi universitari, sec
L’articolo 5 comma 7 del D.M. (decreto ministeriale) 270/04 dice: “Le università possono riconoscere come crediti formativi universitari, secondo criteri predeterminati, le conoscenze e abilità professionali certificate ai sensi della normativa vigente in materia”. Cosa vuol dire? Nell’ambito dei giornalisti professionisti, ad esempio, vuol dire che, dall’alto della loro esperienza lavorativa, i professionisti dell’informazione potranno aspirare al titolo di laurea con uno sconto di “pena” (pardon, di crediti). E per la precisione ben 60 crediti formativi, come si apprende da un comunicato stampa dell’Ordine nazionale dei giornalisti che riprende, così, il suo progetto “Laureare l’esperienza”, in collaborazione con le Università di Cassino, Chieti, Lumsa di Roma, Ferrara, Messina, Catania, Enna, Varese e Udine. I giornalisti interessati dovranno presentare entro il 5 novembre 2006 domanda di immatricolazione ai corsi di laurea prescelti, allegando il curriculum personale e il modello certificante la propria attività professionale: in base poi ai singoli regolamenti didattici di ateneo, ogni università deciderà in autonomia quanti crediti abbonare ai nuovi iscritti ai fini del percorso accademico. Insomma la sensazione, almeno per noi studenti costretti a sgobbare fino all’ultimo libro, non è delle migliori: chi davvero potrà certificare effettivamente la reale conoscenza, da parte di professionisti già avviati sul mondo del lavoro, di quel particolare esame alla luce di un’esperienza non si sa quanto aderente al relativo programma di studio? Dal momento, ad esempio, che la maggior parte delle lauree triennali, soprattutto in campo umanistico, è prevalentemente teorica, chi lo dice che la pratica lavorativa presupponga anche la conoscenza della teoria che, a noi giovani studenti senza esperienza, ci propinano all’infinito? La domanda allora nasce spontanea: ma serviranno davvero tutti gli esami dei sempre più chilometrici piani di studio?

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