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30 ottobre 2006

L’Università sabotata dalle aziende farmaceutiche

Lo scandalo partito in Inghilterra arriva in Italia, suscitando non poco scalpore per un articolo-inchiesta uscito, in questi ultimi giorni, s

Lo scandalo partito in Inghilterra arriva in Italia, suscitando non poco scalpore per un articolo-inchiesta uscito, in questi ultimi giorni, sul giornale britannico “The Guardian”, sulla spregiudicata politica di commercializzazione degli psicofarmaci, soprattutto antidepressivi.
In particolare, lo scandalo denunciato dalla rivista si riferisce al fatto che taluni ricercatori universitari ricevono rilevanti somme di denaro da importanti ditte farmaceutiche, per articoli pubblicati su riviste scientifiche, nei quali vengono decantate le proprietà terapeutiche di nuovi psicofarmaci, prodotti dalle ditte stesse. L’aspetto più inquietante di tale vicenda è che i veri autori di questi articoli non sarebbero, in realtà, i “Professori Universitari” che li hanno firmati, bensì gli uffici di propaganda delle stesse ditte produttrici degli psicofarmaci.
“The Guardian” ha anche pubblicato una sorta di “tariffario” che viene abitualmente applicato, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, per remunerare i professori che organizzano i congressi e i simposi sponsorizzati dalle case farmaceutiche.
Le rivelazioni di tale rivista scientifica hanno dato ulteriore materia di riflessione su un fenomeno che, in realtà, è ormai ben noto, per la sua diffusione e gravità, anche nel nostro paese, tanto da essere stato, a più riprese, dibattuto da diversi media.
Non è un mistero per nessuno che, anche in Italia, i principali congressi delle Società scientifiche di Psichiatria, Neurologia, Psicopatologia ecc., dipendenti dalle più importanti cattedre universitarie, sono sponsorizzati da potenti ditte afferenti alle multinazionali del farmaco e vengono celebrati in concomitanza con il lancio commerciale di nuove e, meno nuove, generazioni di psicofarmaci.
E’ stato a più riprese segnalato come, al fine di agevolare la commercializzazione di taluni psicofarmaci, soprattutto antidepressivi e ansiolitici, si sia arrivati persino ad una sostanziale adulterazione del metodo di classificazione degli stati di sofferenza psichica, che vengono inquadrati secondo categorie grossolane, al fine di consentire una più ampia indicazione terapeutica per certi tipi di psicofarmaci.
Ecco che qui entra in gioco il Manuale DSM. E’ ben noto come categorie nosografiche fatiscenti siano state oggetto di congressi, simposi e tavole rotonde, dove venivano anche indicati, come terapie specifiche, farmaci prodotti dalle ditte che sponsorizzavano i simposi stessi. Inoltre, è stato denunciato il pesante intervento delle case farmaceutiche, anche nei concorsi universitari, al fine di promuovere quei candidati che si fossero dimostrati più favorevoli all’uso indiscriminato degli psicofarmaci.
Molti come il sottoscritto si chiedono se il progresso tecnologico e psicofarmacologico debba essere necessariamente pagato al prezzo di una simile subordinazione del pensiero scientifico, della ricerca clinica e, soprattutto, della salute pubblica, al “business” della produzione industriale e del mercato planetario degli psicofarmaci.
Per quanto notevoli vantaggi siano stati acquisiti, da parte dell’assistenza psichiatrica, con lo sviluppo della psicofarmacologia, è tuttavia indubbio che una diffusione indiscriminata e aspecifica, per scopi commerciali, dell’uso di molti psicofarmaci, rappresenti un serio pericolo per la salute dei cittadini.
E’ il caso di chiedersi se le istituzioni che sono preposte alla tutela della salute pubblica e dell’etica professionale, come gli Ordini dei Medici e il Ministero dell’Università, abbiano mai dedicato sufficiente attenzione a questi inquietanti fenomeni che, ormai da diversi decenni, inquinano la ricerca scientifica e certamente non giovano alla credibilità dell’assistenza psichiatrica danneggiando così anche la vita di molte persone.

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