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25 gennaio 2007

Lo studente che cambia

Si parla sempre di più, in questo periodo, di quanto siano aumentate le iscrizioni all’università da parte di persone che hanno abbandonSi parla sempre di più, in questo periodo, di quanto siano aumentate le iscrizioni all’università da parte di persone che hanno abbandonato il banco di scuola da un bel po’ di tempo. Specialmente dopo aver letto i risultati di una ricerca riguardante i Progetti di Interesse Nazionale (PRIN), curata dall’Università degli Studi di Foggia, in collaborazione con quelle di Firenze, Lecce e RomaTre, l’attenzione degli atenei si è posata proprio sui discenti adulti, distinguendoli per provenienza professionale, età, sesso, eccetera, in modo da poter delineare dei prodotti più idonei alla loro formazione.
Sarebbe da chiedersi i motivi di questo andamento, inverso rispetto alla consuetudine.
Considerando che la disoccupazione è una piaga cha non ha mai trovato arresti, specie nel Mezzogiorno, ed ha conosciuto al suo cospetto, anzi, anche sudditi con tanto di laurea, le nuove generazioni hanno preferito, per imprinting, un posto di lavoro oggi anziché la disoccupazione da laureati, comunque, domani. L’asse delle competenze primarie, dunque, è stato spostato in modo inconsapevole e naturale. E non poca responsabilità hanno i governi che si sono succeduti nel nostro Paese. Ecco, allora, fare capolino nelle aule universitarie la figura dello studente-lavoratore. Un capovolgimento che sta diventando la regola, rispetto alla visione tradizionale dello studente. Valutando il fatto che, anche da laureati, ci sono difficoltà vistose ad essere assunti presso un qualsiasi datore, un neo-diplomato tende a privilegiare il lavoro e, solo una volta raggiunto, pensa alla specializzazione nello studio. Per questo motivo, nella sua formazione, tale scelta non si dovrebbe neppure inquadrare come un “ritardo”, rispetto ad una normale tabella di marcia, bensì un’evoluzione ed un assestamento in seguito alle variate abitudini di vita, in conseguenza delle accentuate problematiche sociali.
Cause scatenanti a parte, i quesiti ci sono e tanti. Il Rapporto 2006 sulla condizione occupazionale dei laureati in Italia riporta fedelmente i dati di un bel paese che protegge i suoi studiosi con un “generico” lavoro e ne gratifica gli sforzi fatti nel tempo. Minimamente la lista fa intuire ad un’ecatombe di cervelli o alla loro fuga all’estero. Sfido chiunque, allora, arrivato a fine corso di studi, a fermarsi, continuare a pesare sul portafoglio della famiglia e stare a vedere cosa succede. Invece, molti evitano di rimpiangere anni di sudore sui libri continuando a studiare pagando master costosissimi, seguendo corsi di ulteriore specializzazione, pur di non vedersi negato l’eventuale, futuro, giusto riscatto.
Una nuova categoria di studenti, insomma, con molti nuovi problemi legati al ritmo degli studi, al tempo e alla pazienza non sempre sufficienti dopo una giornata lavorativa, certo, con tante vicissitudini che si vanno a sommare alle mille altre faccende professionali già esistenti. Tutto questo, le università e le unità di ricerca e di statistica lo hanno assimilato e ne faranno tesoro ma, che non si venga, un domani, a risolvere la situazione rifilando programmi rudimentali, da rifugio direi, agli studenti-lavoratori, per abbattere le ennesime barriere architettoniche, mentali questa volta, tendendo ad emarginare lo studente modello perché ormai divenuto obsoleto. Alla fine, il pezzo di carta è uguale per tutti. È tempo, allora, che tutti lavorino allo stesso modo…sui libri!

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