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12 gennaio 2007

Solo 9 ordinari su 18 mila hanno meno di 35 anni

Su 18.651 docenti di ruolo, quelli con meno di 35 anni sono 9 (lo 0,05%). Mentre, quelli con più di 65 anni sono 5.647: il 30,3%. Lo afferman
Su 18.651 docenti di ruolo, quelli con meno di 35 anni sono 9 (lo 0,05%). Mentre, quelli con più di 65 anni sono 5.647: il 30,3%. Lo affermano i numeri del ministero (aggiornati al primo gennaio 2007) che sono stati commentati in anteprima dal Corriere della Sera di alcuni giorni fa.
Negli ultimi 22 anni, secondo tali statistiche, i docenti di ruolo negli atenei pubblici sono più che raddoppiati: da 8.454 del 1985 ai 18.651 dei nostri giorni. Solo l’aumento delle cattedre non ha tenuto conto dei giovani. Infatti contro il nostro umiliante 0,05%, in America i cattedratici sotto i 35 anni sono il 7,3%, mentre rappresentano l’11,6% in Francia, il 16% nel Regno Unito. Invece gli anziani oltre i 65 anni scendono al 5,4% in America, all’1,3% in Francia, all’1% in Inghilterra. Praticamente la fascia più numerosa degli ordinari italiani (1.048 soggetti) ha 60 anni. Inoltre tra i 18.150 associati (chi nelle tappe della carriera accademica aspetta di passare di ruolo) la fascia di età più affollata è la stessa: 60 anni. 1.758, invece, hanno 65 anni. Quanto ai 21.639 ricercatori, le cose vanno meglio. Ma siamo ancora indietro rispetto ai cosiddetti Paesi avanzati.
E il rientro dei cervelli? Alla fine di gennaio del 2001 il governo Amato varò il programma “Rientro dei Cervelli”. Il programma tentava per la prima volta di arginare la fuga di tanti studiosi sparsi in mezzo mondo e offriva agli esuli di rientrare con un contratto (a tempo pieno) iniziale di tre anni in cui lo Stato si faceva carico dello stipendio e per il 90% di un progetto di ricerca proposto dal candidato. Il governo di centrodestra confermò e anzi scrisse a chiare lettere, nei decreti successivi del 2003 e del 2005, che l’obiettivo era offrire «ai giovani ricercatori italiani impegnati all’estero, l’opportunità di un definitivo rientro nel proprio paese». Un impegno che l’ex Ministro dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca Scientifica, Letizia Moratti, ribadì ancora il 10 maggio 2006, spiegando che dopo «l’inserimento in Italia con contratti a termine di oltre 460 studiosi, è stata data quest’anno priorità alla loro stabilizzazione». Ma alla fine l’ardito programma, costato 52 milioni, si è infranto contro mille cavilli burocratici e mille intralci procedurali. Dei 460 “cervelli” riportati in Italia, finora sarebbero stati richiesti ufficialmente dagli atenei italiani solo una cinquantina di loro e solo in 10 avrebbero superato “l’esame”del Consiglio Universitario Nazionale (C.U.N.). Dunque meglio, anche per loro, tentare di vincere qualche concorso? Pardon, sono bloccati dal 2003 in attesa delle nuove regole. Viva l’Italia.

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