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25 marzo 2007

La laurea non da’ piu’ lavoro?

Non per essere i soliti pessimisti, ma è impossibile fare finta di niente quando nell’arco di due settimane mi sono ritrovata di fronte a s

Non per essere i soliti pessimisti, ma è impossibile fare finta di niente quando nell’arco di due settimane mi sono ritrovata di fronte a statistiche a dir poco allarmanti sulla situazione universitaria italiana, ancor più se l’allarme viene da due dei maggiori quotidiani nazionali, Repubblica e Stampa.
La settimana scorsa, a Bologna, il Consorzio Almalaurea (servizio nato nel 1994 con l’intento di mettere in relazione aziende e laureati per facilitare la ricerca di un’occupazione) ha esposto i risultati di una recente indagine sulla situazione occupazionale dei laureati italiani: è stato calcolato che, a un anno dalla laurea, gli occupati sono il 45%, il dieci per cento in meno rispetto a chi si era laureato nel 2004. Ma non è tutto: l’obiettivo fondamentale che ci si era proposti con la riforma del “tre più due”, vale a dire incoraggiare gli studenti a non interrompere gli studi, agevolarli nella conclusione di essi e favorirli nella transizione scuola-lavoro, sembra decisamente non essere stato raggiunto. Pochi sono quelli che finiscono in tempo, solo il 28%, contro l’83% dei laureati nel 2004. I nostri laureati continuano dunque ad essere i più vecchi d’Europa, quelli che più tardi entrano nel mercato del lavoro; “colpa” della laurea specialistica, che impegna il 63,5% dei neo-laureati e che, se già si è perso tempo nella triennale, diventa un ulteriore ostacolo nel passaggio al mondo del lavoro. Inoltre, il fatto che più di sei studenti su dieci decidano di proseguire con la laurea specialistica, dimostra come la laurea di primo livello sia ben poco considerata come risorsa qualificata nel mercato del lavoro: dai più (e qui mi includo) è ritenuta pressochè inutile.
Più bassi, rispetto al 2004, sono anche gli stipendi dei neo-laureati: 969 euro mensili medi contro 1042 del 2004. E la cifra si abbassa ulteriormente per le donne, il cui stipendio medio si aggira intorno agli 837 euro. Nonostante in media le donne si laureino con voti migliori e più in fretta dei coetanei maschi, sono quelle che più spesso hanno contratti a tempo determinato e che lavorano in nero. E’ una situazione questa che non può non destare preoccupazioni, soprattutto se confrontata con quella di altri paesi europei; la differenza tra noi e loro non sta nella ricchezza o nella mancanza di richiesta di forza lavoro, ma solo nel cattivo rapporto (tutto italiano) che esiste tra alta formazione e mercato del lavoro. La colpa è degli istituti, delle aziende e degli anni e anni di malgoverno che ci portiamo appresso e che pesano come un macigno.
In condizioni del genere, si spiega il perché ci sposiamo tardi, facciamo figli tardi, ci costruiamo una vita fuori dal comodo e rassicurante focolare domestico così tardi. Non sarà perché troviamo un lavoro così tardi? E perché cominciamo a guadagnare decentemente per poterci mantenere, ad esempio, in una città come Roma alla soglia dei trent’anni (nei casi più fortunati)?

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