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25 marzo 2007

Professione reporter: a tu per tu con Vittorio Dell’ Uva

E’ libero. Dopo quindici giorni di intensa agonia, dopo aver sopportato violenze, umiliazioni e soprattutto dopo aver assistito alla morte del suo

E’ libero. Dopo quindici giorni di intensa agonia, dopo aver sopportato violenze, umiliazioni e soprattutto dopo aver assistito alla morte del suo autista, sgozzato proprio davanti a lui, Daniele Mastrogiacomo riabbraccia finalmente la sua famiglia e ringrazia tutti per l’ apporto, diretto o indiretto, dato alla sua causa. Certo si sa, chi decide di percorrere la strada dell’ inviato di guerra, non si illude durante il suo lavoro, di assopirsi dinanzi a un tramonto o di essere svegliato dal fischiettio di un passerotto. Sarebbe da inetti non considerare i rischi che tale mestiere presenta, tra i quali, purtroppo, c’ è pure il rapimento. Nell’ ambito del corso di Storia del giornalismo della prof.ssa Titti Marrone, gli studenti della facoltà di Sociologia di Napoli hanno incontrato venerdì scorso Vittorio Dell’ Uva, storico inviato di guerra de “ Il Mattino”, uno che di questi problemi ne sa qualcosa. Il giornalista, in poche battute ma essenziali, ha analizzato il caso Mastrogiacomo che in quel momento era ancora nelle mani dei taleban e contestualmente ha descritto in non più di due ore le fasi salienti della sua carriera di giornalista-inviato, da quando partì per la prima volta senza nemmeno sapere cosa fosse realmente questo mestiere, a quando fu arrestato e detenuto durante la guerra in Iraq, per poi discutere dei repentini cambiamenti tecnologici, sottolineati con il racconto dei viaggi fatti con dei sacchetti contenenti gettoni telefonici. “ Oggi – racconta Dell’ Uva – ci sono i computers e soprattutto i telefoni satellitari ad aiutare i giornalisti ”. Nel frattempo gli studenti sembravano paralizzati: orecchie aguzzate, occhi spalancati, nessun rumore. Tutti ad ascoltare il racconto di quell’ uomo, del quale i baffi quasi bianchi sembravano accentuarne l’ esperienza e il guanto che copriva una delle mani, aumentava l’ attenzione verso di lui. Dell’ Uva ha definito Mastrogiacomo “ essenziale, il cronista di se stesso ”: un uomo che anche in una situazione di rischio estremo ha saputo mantenere la calma, tenendo il piede saldo sul freno del coinvolgimento personale. Non un giornalista “ embedded ”, ma uno che guarda, registra e racconta. Dedito all’ ormai quasi remoto “ scarpinare ”, che invece dovrebbe essere il prius per un buon giornalista, come quello che caratterizzò il giovane Giancarlo Siani, e ne segnò forse la morte. Lo scarpinare che piace tanto a Vittorio Dell’ Uva, insofferente e claustrofobico dinanzi al desk, che invece oggi sembra essere la condicio sine qua non del giornalista perfetto. Dell’ Uva poi, durante il suo discorso ha parlato di un “ crescente disinteresse pilotato ” nei confronti del popolo: “ Il numero non genera emozione – ha spiegato il giornalista. Basti pensare all’ attenzione mediatica rivolta al disastro tsunami e quella data al piccolo Tommy. I 240.000 morti dello tsunami non li ricordiamo quasi più perché tutto, ormai, è diventato numero. Ciò vuol dire – ha continuato il cronista – che noi collettività, noi comunità abbiamo perso una certa sensibilità ”. Il discorso è poi proseguito cercando di spiegare agli studenti quelle che effettivamente sono le emozioni di un reporter, che “ non deve avere paura di avere paura ”, visto che “ la legittima paura ci deve essere ”.

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