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25 marzo 2007

Ricercatori ridotti alla fame dalla logica del profitto

La Ricerca italiana e i suoi dipendenti, quei “cervelli in fuga” accolti e raccolti dalle università e dalle aziende straniere, ricevono se

La Ricerca italiana e i suoi dipendenti, quei “cervelli in fuga” accolti e raccolti dalle università e dalle aziende straniere, ricevono sempre meno fondi. Questo è un dato allarmante per un Paese come l’Italia che, pur possedendo una grande fucina di ricercatori altamente competenti, cresciuti ed educati nelle Università italiane e per questo educati spendendo soldi pubblici, decide di abbandonarli a se stessi nel limbo della Ricerca di base, sottopagata e malsfruttata. Così, mentre gli studiosi e i laureati più competenti prendono il primo volo per l’estero, l’Italia rimane indietro tecnologicamente, scientificamente e culturalmente, preparando milioni di studenti e sfornando milioni di laureati destinati alla fame. Il 40% dei ricercatori italiani è precario. Gli stessi ricercatori italiani sono terzi per numero di pubblicazioni scientifiche, dopo U.S.A. e Gran Bretagna, ma contemporaneamente risultano i meno pagati. Quando sono così fortunati da trovare un impiego! I tagli alla ricerca sono costanti e mentre il Paese arranca nella sua arretratezza tecnico-scientifica, i “cervelli” trovano fortuna all’estero. Questo accade perché la direzione è quella di una preparazione volta all’ottenimento del solo profitto. La formazione, le competenze e le conoscenze acquistano valore solo se riescono a soddisfare il rapporto tra costi e guadagni. La ricerca di base, non rientrando in questa politica del profitto immediato ad ogni costo, è tagliata fuori dall’investimento pubblico. Va però constatato (amaramente) che, mentre in Italia il costo della Ricerca viene posizionato sotto la voce “spreco di risorse”, in altri Paesi stranieri si fa a gara per dar lavoro ai nostri connazionali, ricercatori “pronti all’uso”, senza aver speso un centesimo di denaro pubblico per la loro formazione.

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