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14 giugno 2007

Anche l’Università di Ferrara nel gruppo che pubblica oggi la ricerca su Nature

È un fenomeno mai osservato in precedenza: in una remota galassia, un “lampo” luminoso della durata di alcuni giorni, seguito a distanza di due

È un fenomeno mai osservato in precedenza: in una remota galassia, un “lampo” luminoso della durata di alcuni giorni, seguito a distanza di due anni da una esplosione di Supernova.
I due eventi sarebbero stati prodotti dallo stesso oggetto celeste, una stella di almeno 60 volte la massa del nostro Sole giunta alla fine del proprio processo evolutivo.
La scoperta, pubblicata oggi sulla prestigiosa rivista scientifica Nature, è opera di un’équipe internazionale di astronomi, molti dei quali italiani. Tra di essi, anche il Dottor Stefano Valenti, del Dipartimento di Fisica dell’Università di Ferrara

La storia
Era il 16 ottobre 2004 quando Koichi Itagaki, un astrofilo giapponese, osservando con il suo telescopio amatoriale una remota galassia, UGC4904, vide comparire un oggetto luminoso.
Un bagliore effimero: dopo appena qualche giorno, era già scomparso. Ma si trattava solo di attendere. Due anni più tardi, nella stessa identica posizione, a circa 78 milioni di anni luce da noi, ha infatti luogo l’esplosione catastrofica e violentissima di una stella supermassiccia. Esplosione che dà origine alla Supernova SN2006jc.
Mai prima d’ora era stato osservato un evento simile.
Un caso, una coincidenza? Oppure, quel lampo poteva essere stato il segnale premonitore — ancora non previsto da alcuna teoria astrofisica — dell’imminente esplosione che segna la fine del processo evolutivo delle stelle di grande massa?
Un gruppo di ricercatori italiani, insieme a colleghi europei ed asiatici, ha voluto vederci chiaro. E ha dato immediatamente inizio a una campagna di osservazioni, utilizzando numerosi telescopi sparsi per il mondo — tra i quali quelli dell’Osservatorio Astrofisico di Asiago e il Telescopio Nazionale Galileo alle Canarie, entrambi dell’INAF. Ebbene, il confronto tra le immagini raccolte nel 2004 e quelle del 2006 avvalora l’ipotesi che il lampo del 2004 sia stato emesso dallo stesso corpo celeste che ha generato SN2006jc: una stella di tipo Wolf-Rayet, ovvero una stella supermassiccia — inizialmente pari a 60-100 volte la massa del Sole — giunta nella fase finale della sua evoluzione con un’atmosfera priva di idrogeno.
I risultati di questa inattesa scoperta sono stati pubblicati oggi sulla rivista Nature, in un articolo firmato da un’équipe internazionale di astronomi coordinati da Andrea Pastorello, oggi all’Università di Belfast dopo aver conseguito il dottorato all’Università di Padova. «Il bagliore osservato nel 2004», spiega Massimo Turatto dell’INAF-Osservatorio Astronomico di Padova, uno tra gli autori dello studio, «sarebbe stato prodotto da un enorme aumento di energia associato a una fase di grande instabilità, che ha preceduto l’esplosione finale di SN2006jc. La stella stava perdendo gli strati più esterni della sua atmosfera — in gran parte composti di idrogeno ed elio — attraverso il meccanismo detto “di vento stellare”. La conferma di questo scenario è fornita proprio dalle accurate osservazioni di SN2006jc ottenute con i telescopi dell’INAF. Dai dati si osservano infatti fenomeni di interazione tra il gas espulso ad alta velocità dalla Supernova e quello già presente intorno al corpo celeste prima della sua esplosione, rilasciato a bassa velocità dalla stella nell’evento del 2004».

Ora, gli astrofisici ipotizzano che quello di SN2006jc potrebbe non essere un caso isolato. «Analizzando il nostro vasto archivio di osservazioni di Supernovae», continua infatti Turatto «abbiamo individuato altri oggetti che mostrano caratteristiche simili a quelle di SN2006jc, e che erano stati genericamente classificati come “peculiari” per la scarsezza dei dati. Potremmo dunque essere di fronte ad una nuova categoria di oggetti celesti, oggetti in grado di fornirci nuove indicazioni per migliorare le attuali teorie sulle fasi finali dell’evoluzione delle stelle di grande massa».

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