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23 giugno 2007

Valore legale della laurea? No grazie

Non è necessario, per farci ridere dietro, dimostrare quanto siamo bravi a far scappare all’estero i nostri migliori studenti, per il semplice Non è necessario, per farci ridere dietro, dimostrare quanto siamo bravi a far scappare all’estero i nostri migliori studenti, per il semplice motivo che qui in Italia – per mancanza di fondi, e quindi carenza di strutture, servizi e quant’altro – perderebbero solo del tempo prezioso. Quel tempo, invece, che impiegano alla grande, magari in un’università americana o europea, per specializzarsi come si deve e trovare un lavoro adeguato alla loro formazione accademica. Come dicevo, dunque, non è necessario dimostrare ciò che è sotto gli occhi di tutti. Basterebbe soltanto affrontare l’annosa questione (tutta italiana) del valore legale della laurea, per capire quanto siamo indietro rispetto ad altri Paesi. Lo spunto mi è venuto da una lettera inviata da Fabio Vitanza allo storico Sergio Romano, pubblicata sul Corriere della Sera (21-6-2007). Il lettore, temendo che un’eventuale abolizione del valore legale possa penalizzare “molti studenti che, avendo in Italia conseguito una laurea triennale, ne approfittano per specializzarsi all’estero”, si chiede “se la laurea italiana non ha nessun valore, come mi accoglieranno in un college inglese o americano?”. Sergio Romano, forte delle sue esperienze d’oltreoceano, in poche righe ha chiarito la questione: “Per l’ammissione agli istituti superiori inglesi o americani, quasi sempre a numero chiuso, (…) i candidati vengono scelti soprattutto sulla base dei loro curriculum e, in alcuni casi, di una prova d’esame”. Altro che valore legale del titolo di studio!

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