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12 settembre 2007

Dottor Feto

Tutte le donne che abbiano avuto almeno una gravidanza si sono inconsapevolmente guadagnate le cure di un insospettabile dottore: il feto lascia in
Tutte le donne che abbiano avuto almeno una gravidanza si sono inconsapevolmente guadagnate le cure di un insospettabile dottore: il feto lascia in regalo alla sua mamma un pacchetto di cellule staminali capace di attivarsi in caso di malattia e di aiutarne la guarigione. “Sono cellule immature che restano nell’organismo della donna per decenni e sono sempre lì a disposizione, pronte a curarla”. Così ha detto ieri 10 settembre a Firenze la ricercatrice americana di origini italiane Diana Bianchi (il padre emigrava a New York da San Colombano al Lambro, in provincia di Milano, nei primi anni cinquanta), della Tuft University School Of Boston, in apertura del Congresso Mondiale per la Medicita Perinatale. Ginecologi, neonatologi, ostetriche, genetisti e anestesisti per un totale di 2500 partecipanti a confronto sulla ricerca scientifica di quel momento particolare della vita che va dal periodo intrauterino a quello neonotale. Pochi mesi ma fondamentali per il futura della vita umana. “Una gravidanza dura per sempre” è l’osservazione della Bianchi che per prima, nella metà degli anni 90, ha scoperto la presenza delle cellule del feto nell’organismo della madre; da anni la sua ricerca è orientata verso insegue queste cellule per scoprire i segreti del loro comportamento. Le cellule del feto che attraversano la placenta durante la gravidanza non sono completamente immature; si tratta di cellule cosiddette “progenitrici del sangue” che, una volta raggiunto un organo, sono pronte a svilupparsi in una particolare direzione: ad esempio, se nel fegato compaiono lesioni dovute ad un’epatite, le cellule fetali si trasformano in cellule epatiche. “Oggi sappiamo” ha detto Diana Bianchi” che ogni donna porta con sé questo ricordo per il resto della sua vita”. Un corredo di cellule versatili e tuttofare che il feto le passa nei primi mesi di gestazione: restano nel sangue per 20 anche 30 anni. Inizialmente si pensava che il loro intervento fosse limitato a piccole azioni di difesa, come ad esempio accelerare il processo di riparazione delle ferite; oggi invece la ricerca può finalmente sostenere che le loro potenzialità sono più vaste e più complesse.

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