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5 dicembre 2007

Master, stage e quant’altro…

Usciti dall’università, in preda all’ansia su come investire il futuro e dare uno sbocco professionale a faticosi studi durati anni, sono tante le strUsciti dall’università, in preda all’ansia su come investire il futuro e dare uno sbocco professionale a faticosi studi durati anni, sono tante le strade in cui ci si avventura con esiti piùo meno fortunati. In genere, e sempre che non si opti per qualcosa della categoria cameriere, baby-sitter, commessa etc. che garantisca la sopravvivenza giornaliera e che sia più o meno accessibile a tutti, le scelte si riducono a due: o si proseguono gli studi (vedi master, scuole di specializzazione e corsi ormai prolificatisi) oppure si tenta – quando non sia obbligatorio per determinate professioni – un primo approccio al mondo del lavoro attraverso lo stage, assolutamente non remunerato, ma in nome di una giusta causa, che è quella del dover imparare un mestiere sul posto ed osservando chi lo fa.
Inutile dire che se quasi nulla sono gli ostacoli che si oppongono alla partecipazione ad un master per chi ne abbia le possibilità (viste le quote di iscrizione generalmente proibitive), più difficile diventa accedere ad un stage, dato che qui non si paga per entrare ed il bagaglio formativo con cui si esce è inevitabilmente più competitivo in quanto più tecnico. Ed il mercato del lavoro in questo detta legge.
Nulla in contrario rispetto al fatto che sugli aspiranti stagisti venga operata una selezione: la meritocrazia non ha mai fatto del male, al contrario risponde a criteri di democraticità assoluta ed è quindi un bene. Ma la domanda che è inevitabile porsi in un paese come il nostro, così bello ma anche così assurdo per certe sue dinamiche ormai radicate, è quanto questa meritocrazia esista per davvero. Mi sono scontrata personalmente con una procedura francamente discutibile: mi riferisco ai tirocini del Ministero degli Affari Esteri, gestiti dalla Fondazione Crui, le cui graduatorie non vengono pubblicate ed i cui criteri di selezione non compaiono da nessuna parte. Senza contare che naturalmente non è possibile avanzare nè pretese nè reclami. In assenza di prove certe come delle pubbliche graduatorie, bisognerà fare un atto di fede per credere nel metodo meritocratico e trasparente della commissione selezionatrice…
Per fortuna esistono altri esempi di più certa democraticità, anche se è fastidioso anche solo dover dubitare che si speculi sulle speranze e sulle capacità di tanti giovani in cerca di un futuro.

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