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12 dicembre 2008

Università malata a chi?

Meno male che esistono i ricercatori. Qualcuno li avrebbe voluti in via di estinzione invece loro resistono e, seppur i mille euro al mese o poco menoMeno male che esistono i ricercatori. Qualcuno li avrebbe voluti in via di estinzione invece loro resistono e, seppur i mille euro al mese o poco meno, continuano a scrivere e pubblicare. Un gruppo di “coraggiosi” coordinati dal prorettore dell’Università degli studi di Milano, Marino Regini, ha pubblicato una ricerca sullo stato delle università italiane, confutando, con dati reali, interviste e approfondimenti, le teorie denigratorie e disfattiste sullo stato degli atenei in Italia. Certo, i problemi ci sono, ma riguardano la mancanza di selettività dei finanziamenti per la ricerca, ad esempio, o un sostegno inesistente al diritto allo studio. Come succede spesso nel nostro paese, invece, il pensiero dei media diviene unico e de-politicizzato e chiunque abbia un’opinione diversa finisce prontamente stigmatizzato da etichette di vario genere. I dati reali, non le etichette, dunque, dicono, ad esempio, di un’offerta formativa perfettamente in linea con la media degli altri paesi europei. I tanto deplorati 5500 corsi di laurea esistenti in Italia sono meno degli 8955 corsi di laurea delle università tedesche. L’Olanda, accreditata da tutti come il paese delle meraviglie per quel che riguarda la formazione universitaria, presenta una media di 75,9 corsi di studio per ateneo contro i 68,5 dell’Italia. Sempre nel paese degli zoccoli vi sono 96 corsi di laurea con meno di 16 iscritti, 12 dei quali con un solo iscritto e altri 14 con due iscritti (fonte Ministero olandese dell’Istruzione). La differenza sta nel fatto che i media olandesi non risulta si stiano scandalizzando di tutto ciò. La discutibile riforma del 3+2, che piace sempre meno agli studenti, ha prodotto una proliferazione di corsi di laurea, vero, ma ha anche fatto aumentare sensibilmente il numero degli iscritti alle università. Per non parlare dei professori che, con l’inserimento delle lauree specialistiche, hanno in affidamento più cattedre (si arriva anche a cinque-sei cattedre diverse rette da un unico docente). Ciò confuterebbe la tesi che vuole la moltiplicazione dei docenti all’indomani dell’introduzione del 3+2. Drammatico, invece, resta il dato dell’abbandono degli studenti universitari. L’Italia è il fanalino di coda in Europa per quel che riguarda le residenze universitarie, le borse di studio e i prestiti agevolati. Le ultime due frasi sono una la conseguenza dell’altra. Manca indubbiamente una politica che tuteli il diritto allo studio. Gli studenti pagano le tasse e i libri ma non ricevono mai nulla in cambio. Coloro che non hanno una famiglia economicamente solida diventano le nuove leve di supermercati e catene di ristoranti o fast-food. Nessuno pensa che magari una manovalanza a basso costo possa far comodo?

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