Intervista a Gary Brackett

Redazione Controcampus 10 Giugno 2010

Andrebbe bene anche uno spazio temporaneo autonomo.

Ci sono dei momenti in cui siamo veramente liberi, luoghi autonomi (Temporary Autonomous Zone) in cui ci si puo’ sentire liberi

Nei nostri laboratori si creano questi luoghi per sperimentare giocare parlare di politica, di vita, di morte, di problemi, di creazione collettiva. Intervista a Gary Brackett

Gary Brackett, presentati ai lettori di Controcampus.

“Ciao sono Gary Gary Brackett, sono cresciuto nel North Carolina nella cittadina di Rocky Mouth. Mi sono laureato in Scienze Politiche all’Università del North Carolina a Chapel Hill. Da piccolo suonavo il piano grazie a mia madre, che mi ha incoraggiato. E già lì ho trovato una certa magia al di là della vita che mi permettesse di esprimermi mediante l’arte. Tra l’altro lei insegnava spagnolo ed era appassionata di arte spagnola, in casa avevamo riproduzioni di quadri di pittori spagnoli. Forse per questo sono anche pittore. Andai a vivere a Boston dove ho seguito questa idea di vivere insieme con altri artisti in una comune, così con un gruppo di amici abbiamo creato questo collettivo di artisti presentando eventi totali che comprendessero varie forme di espressione alcuni di noi facevano teatro di Fo, Ionesco, teatro dell’assurdo. Era un gruppo molto politico,è in quel periodo che ho letto il Manifesto del Partito Comunista e sono diventato un universitario comunista. Non eravamo stalinisti o maoisti, ma piu’ bolscevichi, trotskijsti e leninisti, lavoravamo con gli operai organizzando incontri e manifestazioni.”

Raccontaci qualcosa sulla tua poetica e sul percorso che ti ha portato a costruirla. Come è stata influenzata da figure “living e “not living” incontrate durante la tua vita.

“In quel periodo durante un incontro conosco una ragazza, con cui abbiamo avuto una storia, un giorno a casa sua venne per caso un amico, Rain House del Living Theatre, che mi ha fatto vedere del materiale, testi e foto del Living Theatre. Questo incontro ha aperto in me qualcosa di molto forte che ancora risuona nella mia testa. L’idea di anarchismo, di un teatro politico in cui la forma teatrale e la forma politica coincidono. Così conobbi Rain che era gay, travestito, pellerossa, uomo nero, angelo, un folletto, una bella persona ormai scomparsa una anno fà, lui era entrato nella comunità del living theatre negli anni 50, e mi ha trasmesso questa grande influenza di Judith Malina e Julian Beck,io ero molto colpito dal Living. Ho seguito due strade, una senza di lui che si chiama Free Theatre Collective, e prima di quello Free Theatre Group con cui facevo i miei primi spettacoli: una tragedia di Majakowskij altre cose di Brecht e di Beckett. Parallelamente con Rain abbiamo fatto questi laboratori del Living nella forma che io continuo a portare avanti oggi, dopo un po’ lui è sparito da New York, dopo un soggiorno mio a Parigi con un ‘altro gruppo diretto da me, cercando sempre di lavorare sulla spinta dell Living Theatre secondo questa idea che un gruppo deve lavorare collettivamente, sono tornato a New York nel 1989 con una bandana nera sulla mia testa e sono andato ad incontrare Judith Malina nella sua casa di West End Avenue per lavorare subito dopo con loro nel nuovo spazio sulla terza strada nell’East Village”.

“Era un periodo molto intenso guidato anche da Hanon Reznickov anche lui scomparso l’anno scorso,e con loro due (Judith Malina e Hanon Reznickov – NdR), Tom Walker, Carlo Altomare, Mary Mary e altri componenti della compagnia abbiamo fatto 3-4 lavori molto forti in quel quartiere caldo di New York. Ed io ho cominciato a fare il tecnico delle luci, lo scenografo, il general manager,il direttore di scena, production manager e l’attore. E così queste persone carismatiche mi hanno portato a questa vita di oggi, insieme ad altre figure che non ho mai incontrato come Artaud, Brecht, Piscator.”..

So che hai molti progetti in giro per il mondo. Vuoi raccontarci di qualcuno di questi, e dei differenti problemi ed ostacoli che incontri in varie parti del mondo?

“Io ho sempre continuato a lavorare col Living, nella collettività. A New York era sempre difficile, non eravamo pagati, tutti lavorano gratis tranne qualcuno come me che lavorava 18 ore al giorno. Io facevo tutto per Judith e Hanon, tutto ciò che potevo, al Living non era rimasto nessuno che fosse un grande talento nel trovare denaro, dopo la scomparsa di Julian Beck. I miei gruppi e progetti ormai hanno tutti lo stesso problema, non c’e’ spazio nel mondo di oggi per la creatività. Il sistema in cui viviamo non permette di avere del tempo libero in cui le persone possono impegnarsi in grandi lavori come quelli del Living Theatre. I loro grandi lavori sono molto collettivi, e questo e l’altro lato del problema: come puo’ un gruppo di persone lavorare in modo collettivo? Io ho avuto vari gruppi da Napoli , Roma, Trieste, Bologna. Ho sempre cercato di ispirare gruppo a lavorare collettivamente. E questo pone subito il problema dell’autorità del regista, io sentivo la responsabilità per la qualità del lavoro, e questo spesso crea problemi perchè le altre persone vogliono essere parte del processo creativo, io non voglio essere “il capo” ma voglio che il lavoro vada in un certo tipo di direzione. E questo è un problema tipico del nostro tipo di teatro, che altri gruppi di teatro non hanno perchè la tirannia del regista è una cosa che non si sfida, invece nel Living Theatre abbiamo sempre cercato di sfidare questa gerarchia in teatro. I gruppi si formano e dopo un paio di anni crollano, è un processo naturale ed organico si puo’ dire, e così è anche per il Living. Noi abbiamo avuto un posto a Rocchetta Ligure, sul mio blog racconto come l’abbiamo perso, era uno spazio ideale, abbiamo creato lì nuovi spettacoli come “Resistenza” senza il sostegno di amministrazioni, comune, provincia…non c’era mai abbastanza denaro per lavorare quindi eravamo sempre lì ad aspettare l’occasione per portare il nostro spettacolo in giro fuori dal palazzo, o avere denaro a sufficienza per impegnarci in un nuovo spettacolo. Andrebbe bene anche uno spazio temporaneo autonomo, una idea di Hakim Bay grande scrittore amico del Living Theatre, che ha detto che ci sono dei momenti in cui siamo veramente liberi (Temporary Autonomous Zone), che si puo’ creare un luogo autonomo in cui ci si puo’ sentire liberi. Nei nostri laboratori si crea questo luogo per sperimentare giocare parlare di politica, di vita, di morte, di problemi, di creare insieme collettivamente. Questi gruppi ormai durano una settimana a volte un po’ di piu’. Le città sono molto problematiche per la vita costosa, il traffico l’inquinamento, in campagna si sta bene per il contatto con la natura, l’ambiente pulito ma ci sono scarse possibilità di sostentamento del gruppo, e quindi qual è l’equilibrio tra queste due situazioni? Lo stiamo ancora cercando..”

Hai mai trovato un posto ideale per lavorare? O semplicemente il mondo è il tuo posto? Perchè un giorno hai deciso di lasciare la tua città natale e cominciare a viaggiare?

“Vengo da Rocky Mount un piccolo paese dove non c’e’ niente, lavoro come tutti devono fare e come io ho sempre fatto ,ristorante dopo ristorante.Ad un certo punto sentivo nella mia anima e nelle mie ossa che da lì dovevo andar via. Anche dopo l’università in Chapel Hill, una bella scuola d’arte, ci sono belle Università nel sud-est degli Stati Uniti, ma io sentivo che dovevo andare a New York city, sono passato prima da Boston, ma poi mi sono trovato a New York con il Living Theatre, quindi chissà cosa ci spinge a lasciare le nostre radici e andare in giro. C’e’ un personaggio nella nostra mitologia statunitense che si chiama Johnny Appleseeds che vuol dire Giovanni Semidimela che va in giro con un sacchetto di semi piantandoli in giro per gli Stati Uniti. Io sento di condividere i semi che il Living Theatre ha regalato a me ed agli altri attraverso oltre duecento laboratori.”

Una grande e buona parte del messaggio del living raggiunge la gente in tutto il mondo attraverso internet, per esempio attraverso I tuoi video, “Livingpoetry” è un valido esempio ed un buon tipo di interazione tra differenti forme di espressione artistica. Com’è il tuo punto di vista sull’interazione tra essere umano, tecnologia e natura?

“Ok confrontiamo queste idee di tecnologia e natura ed essere umano …”

“Io faccio video, dipingo, ed ho lasciato l’arte visiva per l’arte teatrale. E siccome mi piace il cinema, con la nuova tecnologia video, videocamera e computer e molto facile sviluppare un progetto video. La domanda è molto complessa a livello teatrale per esempio Piscator regista di Judith Malina, ha creato il suo teatro totale dicendo che il teatro deve utilizzare tutta la tecnologia disponibile. Video proiettori , diapositiva, scala mobile, ogni attrezzo deve essere sfruttato per portare avanti il norstro messaggio di cambiamento. Noi del Living non abbiamo utilizzato molto la tecnologia nella nostra storia, ma con il nostro nuovo spettacolo che si chiama “Eureka” c’era una sfida da parte mia con Judith di portare in scena la videocamera, abbiamo portato due videocamere con una scenografia dove il pubblico resta in piedi senza sedie si proietta sugli schermi l’uscita di un video mixer VJ, dove i video clip dei video artisti si mescolano con immagini in diretta.
Ciò che si vede dalla telecamera viene proiettato mischiato con i videoclip. Qusta è una cosa nuova per il Living Theatre, molto tecnologica, con luci, computer-music, 7 tecnici, 12 attori. Alla prova generale Judith era in crisi: “Questo non è teatro è cinema!” ha detto, perchè non riusciva a trovare un equilibrio tra gli schermi e quello che facevano gli artisti…Ma lei era l’unica persona che aveva questo punto di vista perchè tutti pensavano di avere raggiunto una bella cosa portando sullo schermo, il mondo atomico, il mondo della natura, il mondo spaziale, il mondo astratto, tutto mischiato col filo di questo spettacolo, “Eureka” un saggio cosmologico scritto da Edgar Allan Poe. Siamo andati avanti ed io ho visto che il pubblico non era sottomesso a una qualche “tirannia tecnologica”. C’era un bellissimo equilibrio, anzi mi sembrava che gli spettatori non guardassero abbastanza il mio lavoro. Quindi lì abbiamo raggiunto un ottimo equilibrio tra la tecnologia i nostri corpi e la partecipazione del pubblico, perchè quello è uno spettacolo in cui il pubblico deve agire con corpo e voce.”

“Ma oltre tutto questo problema del rapporto tra tecnologia, natura e uomo, è un problema a me molto vicino. Adesso sto creando un nuovo spettacolo e un nuovo laboratorio. Il laboratorio si chiama Teatro migliorativo/Teatro Verde. Teatro migliorativo è un teatro che fa qualcosa utile ,come disse Judith, per migliorare le cose. Teatro verde perchè si vuole confrontare con il problema della distruzione dell’ambiente che viene dalla tecnologia, ogni tecnologia ha un suo lato positivo ma spesso ha un lato terribile come nel caso del nucleare, ovviamente la bomba atomica, ora i mass media sfruttano questa tecnologia attraverso la tv questa scatola di bugie che crea un frenetico bisogno di consumismo dove la nostra consapevolezza è legata al mercato, il nostro essere quello che crediamo di essere viene trasmesso dalla pubblicità, e dalla real tv che trasmette la bugia di competizioni tra le persone in cui uno per vincere deve perdere. Noi abbiamo sempre lottato contro questo.”

“La tecnologia, per quanto mi riguarda, può essere una tecnologia verde, ma ormai siamo fuori dall’equilibrio, volevo chiamare il mio spettacolo Green Terror non si affronterà solo il sempre piu’ grave disastro ecologico in cui la terra stessa e tutto ciò che vive è a rischio, ma anche il fallimento dell’approccio razionale, scientifico alla vita, perchè la scienza per tutto il suo sviluppo attuale è una minaccia, un Frankenstein, un sistema che crea finti bisogni funzionali al capitalismo.”

“Quindi abbiamo perso il contatto e siamo sempre piu’ lontani dalla natura, dalla terra, e quindi l’idea di questo spettacolo e di questo laboratorio è quella di cercare i nuovi miti i nuovi riti, insomma di realizzare il nuovo paradigma di vita, perchè dobbiamo, perchè la crisi economica, la crisi dell’ambiente, le carestie, la continuazione della schiavitù il lavoro ed il sistema di classe, questi magnacci del capitale (pimps of capital) e le loro prostitute della scienza che ci hanno portato ad un mondo dove non si puo’ respirare, non si puo’ nuotare. Stiamo andando verso una tecnologia sempre piu’ lontana dal corpo, dalla presenza dei muscoli, del sangue, del respiro, che si perde nello schermo. Il mondo ormai è 24 ore su 24 attraverso internet le crisi sono simultanee. In Corea del Nord quando scoppierà la prossima bomba atomica lo sapremo tutti subito. La tecnologia ha creato un mondo senza orizzonte, un idea di Paul Virilio, lui disse che l’orizzonte viene coperto da uno schermo. Questa è un’idea che scrivo nel mio spettacolo su una nuova Giovanna D’Arco. Quindi dobbiamo confrontarci con un ritorno alla natuara ma non si puo’ tornare indietro quindi l’unica soluzione è trovare un nuovo rapporto con i nostri corpi, un nuovo rapporto con gli animali, con le piante ed i minerali e con la terra stessa che, chissà, forse è anch’essa una cosa vivente…”

Dov’e’ per te la linea di demarcazione tra virtuale e reale, entrambi intesi in un senso ampio? Pensi che tra loro esista una soglia?

“La tecnologia crea una realtà virtuale che non è reale è elettronica 01 001 con questi linguaggi del computer che ci portano lontano dal corpo, poi c’è una virtualità intesa in senso antico, penso tu intenda questa, con le varie divisioni tra i vari modi di essere in questa realtà in cui ci troviamo adesso. Credo che noi esseri umani abbiamo sviluppato la nostra evoluzione perchè c’e’ un bisogno dello spirito creativo dell’universo, Dio se vuoi, che ci ha portato ad essere consapevoli. Ma noi abbiamo questa consapevolezza grazie all’aiuto della terra delle piante senza di loro noi non esisteremmo…”

“Se noi andiamo oltre questi problemi politici e risolviamo i nostri problemi economici, di salute, di alimentazione, di lavoro, di vita, possiamo cominciare il passaggio successivo. Siamo in un periodo di grande emergenza in cui dobbiamo confrontarci con questa nuova crisi economica globale in cui i capi del capitalismo stanno cercando di fottere di nuovo il genere umano con un nuovo nazionalismo, nuove guerre, finte crisi. La tecnologia in teoria puo’ risolvere tutti questi problemi di scarsezza “Post Scarcity Anarchismo” quindi loro stanno cercando di tenere con tutte le loro forze un vecchio mondo di gerarchie di classe di riccheza sulle spalle dei poveri e noi dobbbiamo dire di no e stiamo andando verso un’altra realtà speriamo di pace . Quindi tecnologia è una parte di questo, ma dobbiamo anche tornare alla nostra natura e non perdere il contatto: contatto umano, con gli animali, con le piante, e col pianeta.”

Alcune idee, concetti e valori sono eterni e non dovrebbero essere mai dimenticati, ma cosa diresti a chi vuole catturare nella cornice di “vecchie ideologie” cose come pace, amore e rispetto per tutte le creature?

“Parliamo delle vecchie ideologie, come è successo a Torino, perchè sono molto deluso che continuiamo a lottare con la polizia, con queste vecchie ideologie di lotta armata, con i sassi, le pietre contro i poliziotti, è una mancanza di rispetto e di immaginazione da parte degli studenti, anche Pasolini aveva affrontato questo problema, questi figli di papà che non hanno niente nel loro cuore tranne che confusione e noia, come diceva Pasolini cercano un nuova partita contro la polizia, che non ci porta da nessuna parte. Quindi sono gli artisti che devono dare una nuova idea di lotta tramite l’arte, la cultura, teatro, musica, poesia che porta non a Hollywood, Cinecittà, al teatro stabile, ma a cercare di creare un’arte al servizio del movimento popolare. Perchè dobbiamo smettere di combattere contro la polizia, dobbiamo dare rispetto, pace, amore per tutte le creature perchè anche loro sono incastrate in questo sistema. Non possiamo lasciare nessuno indietro creando nuovi nemici, c’e’ un movimento forte di pacifisti di artisti che mostrano ai giovani che ci sono sono altri metodi di lotta, con l’uso dell’immaginazione, la pace il rispetto per tutti.”

Parliamo del tuo ultimo viaggio in Palestina. Puoi dirci qualcosa sulle tue impressioni ed interazioni con la gente di quei luoghi?

“La Palestina è stata una brutta/bella esperienza perchè USA ed Europa Italia continuiamo a sostenere uno stato che crea un Apartheid, un terremoto , la spaccatura, la frattura dovuta ad un problema economico. Non voglio dire che i Palestinesi non abbiano torto , anche loro hanno commesso tanti errori , ma si puo’ capire perchè. Delle persone che vivono in condizioni da terzo, quarto, quinto mondo a fianco a loro. E’ una cosa fuori ogni etica cio’ che sta facendo lo stato di israele nei confronti dei Palestinesi.
Abbiamo trovato un popolo palestinese nobile rispettoso pacifico aperto con una bellissima energia, pronti a fare compromessi con gli israeliani, poi siamo andati anche a Tel-Aviv con gli attivisti israeliani, quindi ci sono molte persone lì che vogliono la pace, ma come in tutto il mondo siamo impotenti nei confronti della schiavitù dai mass-media che continuano a monopolizzare le idee. Quindi in Palestina l’impressione è quella di una crisi sempre maggiore con una sempre maggiore speranza di pace, quindi dobbiamo ricordare che Gaza ( e il West Bank) sono ancora sottomessa all’esercito israeliano. Dobbiamo continuare a lottare. Ho realizzato un video disponibile sul mio sito Video weekly.”

Quanto è grande l’impatto sociale di una performance teatrale? In altre parole, il teatro puo’ cambiare questo mondo in uno migliore? C’e’ uno spettacolo teatrale che ha cambiato la tua vita?

“Io non ho uno spettacolo specifico che ha cambiato la mia vita, credo non solo del Living Theatre ma ogni spettacolo. Se il teatro potesse cambiare il mondo sarebbe già successo, (If theatre could change the world it would have already happened), Piscator ha detto che la funzione dell’arte finisce col bisogno dell’arte, abbiamo l’arte perchè soffriamo, perchè c’e’ l’ingiustizia, perchè moriamo, c’e’ la tragedia della vita, che avremo sempre con noi quest’aspetto. Quindi l’arte è un modo di confrontarci con questo mondo e quindi continuiamo a confrontarci con un mondo ingiusto finchè non troviamo un mondo in cui non cominciamo a confrontarci con il piu’ profondo domani di noi esseri umani, vita e morte, avere un corpo in questa dimensione in cui viviamo adesso, ma prima c’e la politica da fare, la lotta, la rivoluzione anarchica bella”.

“Quindi lo spazio teatrale, specialmente nella strada si trovano dei momenti irripetibili per dare un segno al pubblico della possibilità di essere. In questo era una maestro Julian Beck, che cito: “fare qualcosa di utile, servire il pubblico, istruirlo, stimolare sensazioni, iniziare un’esperienza, risvegliare la consapevolezza, far battere il cuore, circolare il sangue, colare lacrime, dare voce a grida, girare intorno all’altro”. Quindi in teatro possiamo trovare tutto questo, insieme con l’aiuto del pubblico. Il teatro puo’ fare ricordare quiesti misteri della vita, questi riti, questa mancanza della magia della vita. Il teatro puo’ dare questa stessa magia che non si incontra piu’ nella vita quotidiana, ma che si puo’ trovare nell’arte. Quindi come possiamo vivere una consapevolezza altissima se non facciamo prima nella sala prova o nello spettacolo o nello studio di yoga o Qi Qong , cose che hanno lo scopo di portare questa scoperta della consapevolezza al mondo, di vivere la consapevolezza dell’esistenza della nostra morte. Lo ripeto si comincia prima con la politica perchè senza la consapevolezza delle ingiustizie della vita non possiamo andare avanti.”

Puoi dirci qualcosa sulla tua scelta vegetariana?

“Io sono vegetariano da 29 anni, sono ancora vivo, e sono l’esempio vivente che non è necessario mangiare animali. Julian Beck parlava molto della sua idea che se vogliamo finirla con il senso di morte che la violenza porta nella vita, dobbiamo cominciare con la nostra cucina, con la tavola, perchè non possiamo continuare ad uccidere gli animali:perchè è violenza. Che poi è l’idea di Ahimsa , di non fare male a nessuno, è una scelta molto centrale in tante religioni, ed è una scelta di vita per me e molti del Living Theatre. Oltre a combattere l’inquinamento dell’ambiente, l’uso dei pesticidi, spreco di risorse di acque di cibo ,e l’industria del consumo di carne, la scelta vegetariana è una scelta che si puo’ fare da subito, da una battuta di mani, ed è una scelta etica, non c’e’ altra scelta, se non quella di creare un’industria di tortura degli animali. Questa industria non è necessaria. E’ un’altra bugia della cultura dominante. La scelta vegetariana è fondamentale nella politica e nella cultura del Living Theatre”.

La tua canzone preferita?

“Ascolto Bach, il Jazz, il Rock’n’Roll, ma ce n’e’ una carina che ascolto per ora in questi giorni che parla dello stato di alienazione in cui cresciamo. “Mad World” di Gary Jules. E questa è una canzone che parla di un uomo che si trova in un mondo pieno di noia, di sofferenza, di tristezza, di maschere, e lui sogna, nella notte, della sua morte e sente che questo è un bellissimo momento perchè nella notte c’e’ la vera anima c’e’ un processo della nostra essenza che parla della mancanza di magia, magia che lui trova nel sogno, che non si trova nel mondo, un mondo in cui la scuola ed il lavoro fanno sentire di essere numeri e ci mettono delle maschere.”

C’e’ qualcos’altro che vuoi condividere con il lettori di Controcampus?

“Per i readers di SuccoAcido: visitate il nostro sito web Living europa e venite a partecipare ai nostri laboratorii dove si mette in gioco l’idea di comunità, di condivisione, di lavoro collettivo, il respiro, i nostri corpi, il movimento, in fattoria a contatto con la natura creando nuove scene nuove forme per portare queste scoperte del corpo, del respiro, dalla consapevolezza raggiunta con yoga e Qi Qong ad una forma teatrale.”

Vivian Cammarota

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Si aprono cosi le frontiere per un nuovo e più ambizioso progetto, per nuovi investimenti che possano demolire le barriere che un giornale cartaceo può avere. 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La StoriaControcampus è un periodico d’informazione universitaria, tra i primi per diffusione.Ha la sua sede principale a Salerno e molte altri sedi presso i principali atenei italiani.Una rivista con la denominazione Controcampus, fondata dal ventitreenne Mario Di Stasi nel 2001, fu pubblicata per la prima volta nel Ottobre 2001 con un numero 0. Il giornale nei primi anni di attività non riuscì a mantenere una costanza di pubblicazione. Nel 2002, raggiunta una minima possibilità economica, venne registrato al Tribunale di Salerno. Nel Settembre del 2004 ne seguì la registrazione ed integrazione della testata www.controcampus.it. Dalle origini al 2004Controcampus nacque nel Settembre del 2001 quando Mario Di Stasi, allora studente della facoltà di giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Salerno, decise di fondare una rivista che offrisse la possibilità a tutti coloro che vivevano il campus campano di poter raccontare la loro vita universitaria, e ad altrettanta popolazione universitaria di conoscere notizie che li riguardassero.Il primo numero venne diffuso all’interno della sola Università di Salerno, nei corridoi, nelle aule e nei dipartimenti. Per il lancio vennero scelti i tre giorni nei quali si tenevano le elezioni universitarie per il rinnovo degli organi di rappresentanza studentesca. In quei giorni il fermento e la partecipazione alla vita universitaria era enorme, e l’idea fu proprio quella di arrivare ad un numero elevatissimo di persone. Controcampus riuscì a terminare le copie date in stampa nel giro di pochissime ore.Era un mensile. La foliazione era di 6 pagine, in due colori, stampate in 5.000 copie e ristampa di altre 5.000 copie (primo numero). Come sede del giornale fu scelto un luogo strategico, un posto che potesse essere d’aiuto a cercare fonti quanto più attendibili e giovani interessati alla scrittura ed all’ informazione universitaria. La prima redazione aveva sede presso il corridoio della facoltà di giurisprudenza, in un locale adibito in precedenza a magazzino ed allora in disuso. La redazione era quindi raccolta in un unico ambiente ed era composta da un gruppo di ragazzi, di studenti (oltre al direttore) interessati all’idea di avere uno spazio e la possibilità di informare ed essere informati. Le principali figure erano, oltre a Mario Di Stasi:Giovanni Acconciagioco, studente della facoltà di scienze della comunicazione Mario Ferrazzano, studente della facoltà di Lettere e FilosofiaIl giornale veniva fatto stampare da una tipografia esterna nei pressi della stessa università di Salerno.Nei giorni successivi alla prima distribuzione, molte furono le persone che si avvicinarono al nuovo progetto universitario, chi per cercarne una copia, chi per poter partecipare attivamente. Stava per nascere un nuovo fenomeno mai conosciuto prima, Controcampus, “il periodico d’informazione universitaria”. “L’università gratis, quello che si può dire e quello che altrimenti non si sarebbe detto”, erano questi i primi slogan con cui si presentava il periodico, quasi a farne intendere e precisare la sua intenzione di università libera e senza privilegi, informazione a 360° senza censure.Il giornale, nei primi numeri, era composto da una copertina che raccoglieva le immagini (foto) più rappresentative del mese, un sommario e, a seguire, Campus Voci, la pagina del direttore. La quarta pagina ospitava l’intervista al corpo docente e o amministrativo (il primo numero aveva l’intervista al rettore uscente G. Donsi e al rettore in carica R. Pasquino). Nelle pagine successive era possibile leggere la cronaca universitaria. A seguire uno spazio dedicato all’arte (poesia e fumettistica). I caratteri erano stampati in corpo 10.Nel Marzo del 2002 avvenne un primo essenziale cambiamento: venne creato un vero e proprio staff di lavoro, il direttore si affianca a nuove figure: un caporedattore (Donatella Masiello) una segreteria di redazione (Enrico Stolfi), redattori fissi (Antonella Pacella, Mario Bove). Il periodico cambia l’impaginato e acquista il suo colore editoriale che lo accompagnerà per tutto il percorso: il blu. Viene creata una nuova testata che vede la dicitura Controcampus per esteso e per riflesso (specchiato), a voler significare che l’informazione che appare è quella che si riflette, quello che, se non fatto sapere da Controcampus, mai si sarebbe saputo (effetto specchiato della testata). La rivista viene stampa in una tipografia diversa dalla precedente, la redazione non aveva una tipografia propria, ma veniva impaginata (un nuovo e più accattivante impaginato) da grafici interni alla redazione. Aumentarono le pagine (24 pagine poi 28 poi 32) e alcune di queste per la prima volta vengono dedicate alla pubblicità. Viene aperta una nuova sede, questa volta di due stanze.Nel Maggio 2002 la tiratura cominciò a salire, fu l’anno in cui Mario Di Stasi ed il suo staff decisero di portare il giornale in edicola ad un prezzo simbolico di € 0,50.Il periodico era cosi diventato la voce ufficiale del campus salernitano, i temi erano sempre più scottanti e di attualità. Numero dopo numero l’obbiettivo era diventato non più e soltanto quello di informare della cronaca universitaria, ma anche quello di rompere tabù. Nel puntuale editoriale del direttore si poteva ascoltare la denuncia, la critica, la voce di migliaia di giovani, in un periodo storico che cominciava a portare allo scoperto i risultati di una cattiva gestione politica e amministrativa del Paese e mostrava i primi segni di una poi calzante crisi economica, sociale ed ideologica, dove i giovani venivano sempre più messi da parte. Disabilità, corruzione, baronato, droga, sessualità: sono questi alcuni dei temi che il periodico affronta.Nel 2003 il comune di Salerno viene colto da un improvviso “terremoto” politico a causa della questione sul registro delle unioni civili, “terremoto” che addirittura provoca le dimissioni dell’assessore Piero Cardalesi, favorevole ad una battaglia di civiltà (cit. corriere). Nello stesso periodo Controcampus manda in stampa, all’insaputa dell’accaduto, un numero con all’interno un’ inchiesta sulla omosessualità intitolata “dirselo senza paura” che vede in copertina due ragazze lesbiche. Il fatto giunge subito all’attenzione del caporedattore G. Boyano del corriere del mezzogiorno. È cosi che Controcampus entra nell’attenzione dei media, prima locali e poi nazionali.Nel 2003 Mario Di Stasi avverte nell’aria segnali di cambiamento sia della società che rispetto al periodico Controcampus. Pensa allora di investire ulteriormente sul progetto, in redazione erano presenti nuove figure: Ernesto Natella, Laura Muro, Emilio C. Bertelli, Antonio Palmieri. Il periodico aumenta le pagine, (44 pagine e poi 60 pagine), è stampato interamente a colori, la testata è disegnata più piccola e posizionata al lato sinistro della prima pagina. La redazione si trasferisce in una nuova sede, presso la palazzina E.di.su del campus di Salerno, questa volta per concessione dell’allora presidente dell’E.di.su, la Professoressa Caterina Miraglia che crede in Controcampus. Nello stesso anno Controcampus per la prima volta entra nel mondo del Web e a farne da padrino è Antonio Palmieri, allora studente della facoltà di Economia, giovane brillante negli studi e nelle sue capacità web. Crea un portale su piattaforma CMS realizzato in asp.È la nascita di www.controcampus.it e l’inizio di un percorso più grande. Controcampus è conosciuto in tutti gli atenei italiani, grazie al rapporto e collaborazione che si instaura con gli uffici stampa di ogni ateneo, grazie alla distribuzione del cartaceo ed alla nuova iniziativa manageriale di aprire sedi - redazioni in tutta Italia.Nel 2004 Mario Di Stasi, Antonio Palmieri, Emilio C. Bertelli e altri redattori del periodico controcampus vengono eletti rappresentanti di facoltà. Questo non permette di sporcare l’indirizzo e linea editoriale di Controcampus, che resta libera da condizionamenti di partito, ma offre la possibilità di poter accedere a finanziamenti provenienti dalla stessa Università degli Studi di Salerno che, insieme alla pubblicità, permettono di aumentare gli investimenti del gruppo editoriale. Ciò nonostante Controcampus rispetto alla concorrenza doveva contare solamente sulle proprie forze.La forza del giornale stava nella fiducia che i lettori avevano ormai riposto nel periodico. I redattori di Controcampus diventarono 15, le redazioni nelle varie università italiane aumentavano. Tutto questo faceva si che il periodico si consolidasse, diventando punto di riferimento informativo non soltanto più dei soli studenti ma anche di docenti, personale e politici, interessati a conoscere l’informazione universitaria. Gli stessi organi dell’istruzione quali Miur e Crui intrecciavano rapporti di collaborazione con il periodico. Dal 2005 al 2009A partire dal 2005 Controcampus e www.controcampus.it ospitano delle rubriche fisse. Le principali sono:Università, la rubrica dedicata alle notizie istituzionali Uni Nord, Uni Centro e Uni Sud, rubriche dedicate alla cronaca universitariaCominciano inoltre a prender piede informazioni di taglio più leggero come il gossip che anche nel contesto universitario interessa. La redazione di Controcampus intuisce che il gossip può permettergli di aumentare il numero di lettori e fedeli e nasce cosi da controcampus anche una iniziativa che sarà poi riproposta ogni anno, Elogio alla Bellezza, un concorso di bellezza che vede protagonisti studenti, docenti e personale amministrativo.Dal 2006 al 2009 la rivista si consolida ma la difficoltà di mantenete una tiratura nazionale si fa sentire anche per forza della crisi economia che investe il settore della carta stampata. Dal 2009 ad oggiNel maggio del 2009 Mario Di Stasi, nel tentativo di voler superare qualsiasi rischio di chiusura del periodico e colto dall’interesse sempre maggiore dell’informazione sul web (web 2.0 ecc), decide di portare l’intero periodico sul web, abbandonando la produzione in stampa. Nasce un nuovo portale: www.controcampus.it su piattaforma francese Spip. Questo se da un lato presenta la forza di poter interessare e raggiungere un vastissimo pubblico (le indicizzazioni lo dimostrano), dall’altro lato presenta subito delle debolezze dovute alla cattiva programmazione dello stesso portale.Nel 2012 www.controcampus.it si rinnova totalmente, Mario Di Stasi porta con se un nuovo staff: Pasqualina Scalea (Caporedattore), Dora Della Sala (Vice Caporedattore), Antonietta Amato (segreteria di Redazione) Antonio Palmieri (Responsabile dell’area Web) Lucia Picardo (Area Marketing), Rosario Santitoro ( Area Commerciale). Ci sono nuovi responsabili di area, ciascuno dei quali è a capo di una redazione nelle diverse sedi dei principali Atenei Italiani: sono nuovi giovani vogliosi di essere protagonisti in un’avventura editoriale. Aumentano e si perfezionano le competenze e le professionalità di ognuno. Questo porta Controcampus ad essere una delle voci più autorevoli nel mondo accademico.Nel 2013 www.controcampus.it si aplia, il portale d'informazione universitario, diventa un network. Una nuova edizione, non più un periodico ma un quotidiano anzi un notiziario in tempo reale. Nasce il Magazine Controcampus, nascono nuovi contenuti: scuola, università, ricerca, formazione e lavoro. Nascono ulteriori piattaforme collegate alla webzine, non solo informazione ma servizi come bacheche, appunti, ricerca lavoro e anche nuovi servizi sociali.Certo le difficoltà sono state sempre in agguato ma hanno generato all’interno della redazione la consapevolezza che esse non sono altro che delle opportunità da cogliere al volo per radicare il progetto Controcampus nel mondo dell’istruzione globale, non più solo università.Controcampus diventa sempre più grande restando come sempre gratuito. Un nuovo portale, un nuovo spazio per chiunque e a prescindere dalla propria apparenza e provenienza.Sempre più verso una gestione imprenditoriale e professionale del progetto editoriale, alla ricerca di un business libero ed indipendente che possa diventare un’opportunità di lavoro per quei giovani che oggi contribuiscono e partecipano all’attività del primo portale di informazione universitaria.Sempre più verso il soddisfacimento dei bisogni dei lettori che contribuiscono con i loro feedback a rendere Controcampus un progetto sempre più attento alle esigenze di chi ogni giorno e per vari motivi vive il mondo universitario. Leggi tutto