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10 gennaio 2013

L’insostenibile leggerezza dell’essere. Alla scoperta di Milan Kundera

Milan Kundera
Milan Kundera

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Tutti, ripetendo questo titolo, l’insostenibile leggerezza dell’essere, avranno pensato almeno una volta a un ossimoro. Come se la leggerezza, anche quella ontologica, fosse in antitesi al concetto di sostenibilità, nel suo senso originario, di sopportabilità. Dove sta il contrasto in una leggerezza difficile da sopportare?

È qui che Milan Kundera analizza le categorie mentali cui siamo stati abituati, a partire dal sistema dualistico con cui  Parmenide compone il binomio oppositivo per cui il leggero è positivo e il pesante è negativo. Ma se la leggerezza dell’essere fosse negativa allora risulterebbe insostenibile. Non esiste una via d’uscita. “Una sola cosa è certa: l’opposizione pesante-leggero è la più misteriosa e la più ambigua tra tutte le opposizioni”.

Kundera, nel romanzo che lo ha reso celebre, trasferisce questa ambiguità, rivestendola di una forma concreta, nel quotidiano, tra le strade di Praga occupate dai russi, in uno scatto della macchina fotografica di Tereza, nell’amore fisico e nell’infedeltà di Tomas, nelle tele di Sabina, nei viaggi di Franz. Questo quartetto, come manipolato dal suo stesso autore, si muove retto dai fili delle coincidenze, degli eventi, delle situazioni, dal caso. “Ess muss sein”. “Deve essere”, una sorta di imperativo categorico, una necessità che governa il flusso di azioni che proprio per la loro intrinseca natura obbligatoria assumono un peso e quindi un valore.

L’insostenibile leggerezza dell’essere è un panta rei dettato sia dalla necessità, che dall’impossibilità di discendere due volte nel medesimo fiume. È sul letto di questo fiume che si cela l’interrogazione metafisica tanto cara a Kundera: eterno ritorno o irripetibilità della vita? “Einmal ist Keinmal”, questa sembra essere la risposta. “Quello che avviene soltanto una volta è come se non fosse mai avvenuto. Se l’uomo può vivere solo una vita, è come se non vivesse affatto”, pensa Tomas. In questa prospettiva l’irripetibilità della vita viene associata all’imperfezione di uno schizzo, o meglio di “un abbozzo senza quadro”. L’unicità diventa un peso insostenibile, macchiato dalla totale assenza di preparazione dell’uomo di fronte agli eventi. L’improvvisazione, senza copione, per intenderci.

Eppure basterebbe pensare per un momento a come sarebbe, per rimanere inorriditi. Sarebbe un buon film questa vita, grandi effetti speciali, di sicuro. Ma poca autenticità. Una recita che si sviluppa sul palcoscenico della prevedibilità, senza colpi di scena. Scegliere tra due alternative conoscendo esattamente le conseguenze di entrambe le scelte. Così si rinuncia al rischio. E a buona parte dei motivi per cui uno spettatore rimane seduto, senza andarsene a metà spettacolo: la curiosità di sapere come andrà a finire. E per quanto in chiave fatalistica, Kundera riconosce la magia dei casi fortuiti che intervengono a determinare un dato evento.

L’autore d’altro canto trasferisce quell’intimo desiderio di onniscienza, ossia l’intima aspirazione ad una seconda possibilità, al sapere già tutto prima del suo accadimento, sul piano della narrazione, anticipando la fine dei suoi personaggi, per poi ritornare a tratteggiarne le azioni, gli sviluppi. Ci offre la descrizione altalenante di una fotografia, di vite pietrificate, in cui eros e thanatos si manifestano nell’universo della memoria. Come un direttore d’orchestra Kundera dirige il suo quartetto, senza la pretesa realistica di nascondersi, al contrario elargisce riflessioni, oltre che filosofiche, metaletterarie. “I personaggi del mio romanzo sono le mie proprie possibilità che non si sono realizzate”.

Alla luce di questi accenni, è chiaro il motivo per cui è difficile classificare un’opera del genere. Romanzo, dissertazione filosofica romanzata, racconto storico. Non è sempre importante dare un nome, racchiudere la molteplicità in un’unica categoria. E allora basta accogliere senza esitazioni il magma esistenziale che ci regala Kundera, basta lasciarsi inondare. Basta seguire le traiettorie incespicanti di uomini e donne che si scontrano col loro passato, con la voglia (o necessità) di amare, con la paura di legami che imprigionano, con la nostalgia di vite che non si sono vissute, di un Paradiso perduto, con i sensi di colpa, con le ferite sul cuore per gli squarci di una libertà negata dagli eventi storici, l’invasione della Cecoslovacchia da parte dei russi, la Primavera di Praga.

Italo Calvino disse che questo romanzo “ci dimostra come nella vita tutto quello che scegliamo e apprezziamo come leggero non tarda a rivelare il proprio peso insostenibile”. Forse come la scelta di leggere proprio questo libro, visto per caso su uno scaffale, il cui peso è dato dalla ricchezza che lascia.

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