• Google+
  • Commenta
23 Maggio 2011

La Contemplazione come Fine dell’Uomo

Nel saggio “L’Uomo come fine”, pubblicato nel 1946, Alberto Moravia sostiene che l’epoca moderna sia caratterizzata da noia, disgusto, impotenza e irrealtà; in altre parole da un deleterio mondo d’antiumanesimo.

L’uomo si sente oppresso, infelice. E’ incapace di reagire e paventa povertà d’animo; un meschino opportunismo. Disadatto a stabilire un contatto reale con le istituzioni e con la nazione, il piccolo ed insignificante uomo moderno, assurge al rango di mezzo e non più di fine.

Tuttavia, l’uomo conosce il dolore e quindi sa districarsi tra gli ostacoli del mondo moderno. Per farlo, però, deve ritrovare la gioia d’esistere.

Moravia scrisse l’opera nel secondo dopoguerra, in un’epoca di profondo dolore per l’umanità. Osserva le cause che hanno reso l’uomo un mezzo, e sostiene che la contemplazione sia l’unico reale strumento capace di ridare all’uomo il rango di fine di sé stesso.

E’ così che lo scrittore romano ripropone l’aforisma del Machiavelli il fine giustifica i mezzi”: “L’uomo ha bisogno di essere il fine di sé stesso, non un mezzo usato per raggiungere altri fini”. L’uomo come fine è dedicato, probabilmente, sia alle vittime della seconda guerra mondiale, sia agli uomini usati come mezzo di distruzione. E’ una risposta al saggio pubblicato nel 1944, La Speranza.

Il desiderio più sublime di Alberto Moravia giace nel ricongiungimento dell’uomo con il suo sé interiore. La contemplazione precristiana, eremitica e filo-buddista, proposta dallo scrittore affonda le proprie radici nell’utopica speranza d’epurare l’uomo dal più atroce dei peccati: quell’accidia intellettuale che da sempre lo rende pecora e mai pastore. Questo saggio è stato scritto più di sessanta anni fa, ma resta straordinariamente attuale.

L’uomo moderno non è poi tanto diverso da quello osservato dall’autore degli Indifferenti. Egli continua a lasciarsi trasportare dalle vuote emozioni. Si identifica in qualsiasi forma d’edonismo che sia in grado di recargli ludibrio, senza veramente accettare la vita. L’uomo moderno è una pecora dagli abiti firmati. Segue la folla, pur senza condividerne realmente i pensieri. Adora la forma, la bellezza e la vanità; rifiuta la sostanza, l’amore per sé e per gli altri.

La contemplazione adorata dall’autore nell’uomo come fine, per certi versi, riecheggia il pensiero espresso dallo scrittore in un’intervista che Renzo Paris curò ed incentrò sul famoso viaggio in India fatto da Moravia con Pasolini ed Elsa Morante (l’intervista è presente nelle ultime pagine dell’Odore dell’India di Pasolini).

Il pensiero espresso da Moravia è il seguente: “E’ l’India, in realtà, ad essere programmata, cioè ad essere un Paese di una violenta originalità che costringe il viaggiatore a prendere posizione. La mia posizione è quella di accettare ma non di identificarmi, quella di Pasolini, come del resto, in tutta la sua vita, di identificarsi senza veramente accettare”.

Parafrasando, l’India potrebbe rappresentare proprio il mondo del secondo dopoguerra. Per Moravia, contemplare significa accettare la violenza, l’orrore ed il declino dell’uomo senza identificarsi. Cioè, senza emulare come pecore i mali dell’umanità, bensì tentando di aborrire l’edonismo e costruire una nuova umanità.

Google+
© Riproduzione Riservata