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8 luglio 2011

Erasmus docet: consigli pratici per un anno a Parigi

Seppur protetti da quella formula “Je suis Erasmus” che interviene quando nell’ambito universitario estero si è rimproverati di non aver seguito l’iter corretto, non rispettando le proporzioni auree delle tre parti della “dissertation”– la forma di “saggio” prevista in quasi tutti gli esami francese-, o della giusta sequenza temporale di firme da apporre sulle sedicimila carte Erasmus, prima o poi un posto dove raccogliere la giusta dose di concentrazione per studiare e sostenere un esame in terra straniera diventa necessario. Inizia così la ricerca della Biblioteca Ideale.

Questo viaggio interminabile comincia all’inizio dell’anno, quando la vostra facoltà ospitante organizzerà visite guidate nelle biblioteche più gettonate della città. Si parte da quella del Centre Pompidou, per passare alla Bibliothèque Nationale François Mitterrand fino alla Saint Geneviève e Saint Barbe. Vi verranno fornite decine e dettagliatissime informazioni per la ricerca di libri, il complicatissimo funzionamento dei cataloghi online, l’uso dei computer, televisori, bagni; vi sarà indicata la sala dei periodici, il bar, come se quella dovesse diventare la vostra sala hobby; come se i Cicerone delle biblioteche francesi sapessero già che di lì a sei mesi la vostra casa non potrà più accogliervi per studiare perché trasformatasi mostruosamente in regno del caos e della disattenzione, e tempio del raccoglimento verso gli oggetti più vacui e i rumori più sottili provenienti dalle finestre accanto alle vostre. Con il tempo, e con la città in pugno, vi inoltrerete da soli alla scoperta di questi intriganti luoghi parigini.

Il Pompidou è la biblioteca meno biblioteca che c’è. E’ piuttosto un contenitore gigante di persone. Una volta entrati viene spontaneo chiedersi cosa facciano quei 2000 soggetti che ogni giorno vagano su e giù per corridoi e scale mobili. Accanto allo studente universitario modello, una quantità inimmaginabile di frequentatori di ogni nazionalità. I televisori sono la postazione fissa di clochards che alternano la visione del Passaparola versione francese a quella di programmi indefinibili. Poi ci sono i computer, l’altare dei maniaci di Puzzle Bubble. Loro da ottobre a giugno loro sono lì. C’è la signora punk che si ferma sempre al secondo piano senza mai togliersi gli occhiali da sole, l’uomo che resta ore a guardare la parete bianca del bar. Al Pompidou si trova qualsiasi libro, dal giardinaggio alla storia delle religioni. Trasportati dalle lunghe scale mobili vi ritroverete in interminabili spazi dalla moquette viola che accolgono tavoli giganteschi dove studiare; la quantità di persone assopite sul vetro di quei tavoli è innumerabile. Si dice che la carta d’identità lasciata in bella vista sulla propria postazione sia il segnale di via libera per i frequentatori in cerca dell’anima gemella. Aperta dalle 12 alle 22, si sconsiglia vivamente l’ingresso nelle ore centrali della giornata. La fila è interminabile e delle volte, non illudetevi, non scorre. La vista dei tetti della piazza dalla terrazza per i fumatori, col sole o quando nevica, vale qualsiasi lunghezza di fila.

A Saint Barbe a due passi dal Pantheon l’iscrizione prevede il possesso di “un’attestation de logement” , documento che non tutti hanno all’inizio del soggiorno parigino non possedendo alcun logement; i primi mesi la sua frequentazione viene quindi scartata causa impedimenti burocratici. L’approccio viene ritentato col passare del tempo e con la regolarizzazione delle carte.

Per restare in zona c’è la Sainte-Geneviève, la biblioteca per eccellenza progettata dall’architetto Henri Labrouste a metà Ottocento. Gli uomini della sicurezza ti sottopongono a controlli più rigidi di quelli all’aeroporto di Orly. Però in cambio ti forniscono una tessera, con tanto di foto scattata sul momento da una segretaria impaziente di coglierti con gli occhi chiusi. Con un gioco di tornelli e luci verdi e rosse si può uscire per brevi pause, ma la pausa lunga è una sola, il che crea non poca ansia vista la vaga sensazione di claustrofobia che causa l’atmosfera di gravissima serietà della sala di lettura. Lo studente medio è il parigino doc che esce dai banchi della Sorbonne, a un minuto da lì, per marcare il territorio del Quinto arrondissement. Poi alla quarantesima parigina che al primo raggio di sole di marzo sfila quasi in bikini seguendo in modo rigorosissimo la moda francese e ticchettando con delle scarpette insopportabili, inizia a mancarti veramente l’aria (gli uomini sono esenti da questo tipo di claustrofobia).

Si ricerca una biblioteca che sia sempre in centro ma un po’ più alla mano e si finisce alla Bibliotehque Historique de la ville de Paris, la più antica della città. In estate viene invasa da studenti che praparano il Baccalauréat , la maturità francese, ma quell’aura di tranquillità resta intatta. C’è il Presidente di sala che alle 17.55 in punto passa tra i tavoli sussurrando a ogni lettore “on ferme dans cinques minutes” , coccolandoti con questo rito giornaliero.

A un minuto da Saint Paul c’è la Bibliothèque Forney, specializzata in Belle Arti e Arti Decorative, che sembra il castello di Harry Potter. I soggetti che si possono incrociare qui sono senza dubbio i personaggi più strani che una biblioteca possa accogliere. Vale la pena andare solo per conoscere i bibliotecari e per tentare di interpretare lo sguardo dell’addetto ai prestiti che nella sala molto poco luminosa si cela dietro ai suoi Ray Ban neri creando non poche difficoltà di comunicazione.

E poi c’è la Bibliothèque Centrale di Censier, ovvero quella dell’università Sorbonne Nouvelle. Un porto di mare, nessuna carta per entrare, anarchia che si manifesta in chiacchiera libera (che talvolta raggiunge livelli insopportabili), pause ogni due capoversi e mezzo. Come il Pompidou, la biblioteca di Censier mantiene quel suo lato di centro di accoglienza per Tutti. E’ per questo che anche qui i frequentatori che non passano inosservati abbondano. Durante tutto l’anno c’è quell’uomo pakistano che resta al tavolo a destra a sfogliare decine di enciclopedie (anche se in realtà nessuno ha mai capito cosa legga esattamente) e l’indiano che scarabocchia fogli di giornale per attaccare bottone anche allo studente più riservato. Si creano gruppi studio internazionali con delle pause caffè che con il passare dei mesi si dilatano fino a farti affezionare al barista. Censier diventa il punto di ritrovo giornaliero degli studenti Erasmus che digeriscono i leggeri pasti della mensa del Crous su quei banchi. E’ il giusto compromesso tra una nullafacenza casalinga francese e lo studio “serio” italiano.

E se dopo mesi non si è ancora arrivati alla biblioteca ideale, saranno le due sessioni d’esame ad arrivare da voi, semplificando l’estenuante ricerca di questo luogo edenico che a quel punto dovrà soddisfare i soli parametri di tavolo, sedia e libro.

Benedetta Michelangeli

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