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13 agosto 2011

L’Erasmus e gli Erasmus

L’altra sera una mia cara amica mi ha detto che vorrebbe trovare quell’indipendenza e quella stabilità che le tolgano la sensazione di essere un’Erasmus. Cioè, che vorrebbe trovare quelle condizioni di vita che le permettano di essere, ormai, l’Erasmus che è, senza angosciarsi sempre per quello che nel paesino di origine le manca e per quello che in capo al mondo non c’è.

Siamo appena tornate tutte e due: lei dalla Spagna, dove fa parte del suo dottorato, io dalla Germania, dove ho fatto l’assistentato Comenius. Tutte e due siamo state in Erasmus, tutte e due abbiamo sempre cercato l’Erasmus, dopo il primo ritorno. L’abbiamo fatto da sole o con borse di studio, per fuggire e allo stesso tempo rincorrere la sindrome post-Erasmus, che ha semplicemente rubato i sintomi al vecchio shock culturale.

Ti senti solo, ti sembra che nessuno ti capisca, ti sembra assurdo che tutti parlino italiano, che i colori della gente sull’autobus siano così pochi, che il signore allo sportello non sia gentile, che il prestito in biblioteca sia lento, che i tuoi genitori ti trattino ancora come se stessi al liceo, che sia così difficile trovare lavoro, che i camerieri nei ristoranti siano sfruttati, che i tuoi stessi amici non abbiano idea di quanto ti senti diverso eppure più uguale a te stesso e continuino a chiederti di raccontare ciò che per te ormai è quotidiano e non ti raccontino bene, con abbastanza passione, ciò che tu ti sei perso e che per loro è tanto quotidiano quanto il tuo estero. E in più, sogni e bestemmi in una lingua di troppo.

E il bello è che questo è solo la versione capovolta di quello che succede ogni volta che vai all’estero, e si ripete, per me e la mia amica, al dritto e al rovescio, fino a diventare routine, ogni volta che partiamo-torniamo da una delle nostre case di elezione.

Una condizione tragica? Beh, per certi versi sì, se consideriamo che questo fenomeno, con gli stessi sintomi ma su più larga scala, quando si tratta di migrazioni di massa volontarie o indotte, si chiama displacement. Eppure, quanta ricchezza nasce dagli strappi creati nelle persone e nelle culture dall’esperienza del viaggio?

“Non è una questione di luogo,” ha detto la mia amica, “Non deve essere una questione di luogo. È una questione di animo.” Che andiate in Spagna o in Gran Bretagna, in Francia o in Turchia, in Estonia o in Norvegia, non è la diversità del paese in sé che fa l’Erasmus, ma l’animo con cui si parte e quello con cui si torna, la curiosità, il bisogno impellente di conoscere e di riconoscersi continuamente, ad ogni angolo di strada, in occhi e in storie montate in un altro codice. Su strade con marciapiedi, strisce, segnali e semafori montati in un altro codice.

Per quanto l’Erasmus sia anche vacanza, studio, Orgasmus, avventura, turismo, imparare un’altra lingua, fare nuove esperienze, conoscere gente nuova, mandare cartoline e poi riceverne da ogni parte del mondo, questa esperienza il cui nome è diventato alle orecchie dei non addetti l’iperonimo del resto dei programmi di studio e lavoro all’estero offerti agli universitari, nasconde un’aspetto più essenziale: quello del Viaggio.

Parlo di Viaggio con la V maiuscola, perché non parlo di semplice turismo, di guardare il mondo con gli occhi di chi viene da fuori e si prende i bei servizi per cui ha pagato, parlo di Viaggio nel senso più antico della parola, di avventura attraverso territori sconosciuti, alla ricerca, attraverso imprese e imprevisti che ci mischiano e ci identificano agli abitanti del luogo, della propria Itaca, della propria casa non come ci è stata data prima che potessimo scegliere, ma come noi vogliamo che sia.

Forse è utopia e né io, né la mia amica verremo mai fuori dalla sindrome dell’Erasmus, ma se la conoscenza ha a che fare con il mondo ancor prima che con i libri, l’Erasmus può essere per molti, come lo è stato per noi, la chiave di lettura di tanti esami dell’università e della vita.

In questa rubrica vi racconteremo come affrontare l’Erasmus e le sue sindromi, come arrivare nei diversi paesi, viverci e tornare, con occhi più abituati alla luce per vedervi addosso quella sfumatura di colore che è solo vostra, quella cicatrice che è insieme vicinanza e lontananza, misura del mondo e delle anime.

Sydney Vicidomini

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