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9 settembre 2011

BLACK BLOCK, non posso credere a quello che ho visto

La repressione è parte costitutiva della democrazia, sistema di potere che necessita di legittimità e consenso, ma anche di controllo e ridefinizione dei limiti entro i quali poter essere “cittadini liberi”. Spesso si rende necessario contrastare il nemico, sino a renderlo inoffensivo. Il G8 di Genova 2001 l’ha dimostrato nella maniera più feroce. Partiamo dall’inizio, dalla definizione della sigla G8.

Scrive Wikipedia:
“Il G8 è un forum dei governi degli otto principali paesi industrializzati del mondo: Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito, Italia, Canada, e dal 1998 la Russia.”

Facciamo un salto nel tempo, arriviamo a quello che probabilmente resta il summit G8 più noto: Genova, 19-21 luglio 2001.

Nel 2001 a Genova, la politica ha di fatto delegato alle FFOO il compito di fermare un movimento sociale che stava esplodendo in tutto il mondo.
Il G8 di Genova venne pesantemente contestato da migliaia di no global provenienti da ogni parte del mondo.

Scrive ancora Wikipedia:
“Tra i manifestanti pacifici, si mischiò un numero imprecisato di appartenenti al black block, fautori di azioni violente e teppistiche a danno di quelli che venivano visti come i simboli del sistema capitalistico e globalizzato, quali banche e società di lavoro interinale. Le forze dell’ordine intervennero caricando duramente anche i cortei pacifici.”

Ma cosa si intende quando parliamo di Black Block ?
Il nome definisce una tattica che lega un gruppo di individui di ideologia tendenzialmente anarchica, dediti ad azioni di protesta. Ecco tutto.

La sfida del regista Carlo A. Bachschmidt parte da qui.

Il film, che porta il titolo Black Block, nasce dunque dall’intenzione di raccontare come la repressione delle FFOO abbia controllato le vite, i desideri e le passioni di coloro che hanno vissuto in prima persona la storia di questi ultimi dieci anni, dalla nascita del movimento (Seattle) alla sua massima partecipazione (Genova).

Il regista ripercorre la vita del movimento attraverso sette interviste ad alcune parti offese costituitesi al processo Diaz e Bolzaneto, che hanno vissuto l’episodio più violento mai attuato dalla polizia italiana, il bliz al complesso scolastico Diaz.

Le persone fermate e arrestate durante i giorni della manifestazione furono in gran parte condotte nella caserma di Genova Bolzaneto, che era stata approntata come centro per l’identificazione dei fermati.

Queste vennero poi trasferite in diverse carceri italiane che agli occhi delle vittime apparvero come grandi hotel:
“Arrivare al carcere di Voghera per me è stato come arrivare in hotel, per lo meno lì, avevo la sensazione di entrare nella legalità.”

Scrive di fatto Wikipedia:
“In numerosi casi i fermati accusarono il personale delle forze dell’ordine di violenze fisiche e psicologiche, e di mancato rispetto dei diritti legali degli imputati quali l’impossibilità di essere assistiti da un legale o di informare qualcuno del proprio stato di detenzione; gli arrestati raccontarono di essere stati costretti a stare ore in piedi, con le mani alzate, senza avere la possibilità di andare in bagno, cambiare posizione o ricevere cure mediche, essi riferirono inoltre di un clima di euforia tra le forze dell’ordine per la possibilità di infierire sui manifestanti, e riportarono anche invocazioni a dittatori e ad ideologie dittatoriali di matrice fascista, nazista e razzista, nonché minacce a sfondo sessuale nei confronti di alcune manifestanti.”

E allora c’è Lena Zuhlke, studentessa all’Università di Amburgo; c’è Niels Martensen, vegano, attivo per la difesa dell’ambiente; c’è Mina Zapatero, studentessa trasferitasi a Beirut, c’è Michael Gieser, imprenditore; c’è Daniel Mc Quillan, fondatore del sito Multikulti per i richiedenti asilo e rifugiati; c’è Chabi Nogueras, obiettore di coscienza, e poi c’è Ulrich Reichel (Muli), protagonista del documentario, in cui il regista individua una delle possibili risposte alla repressione subita dieci anni fa.

Quello che Bachschmidt ha voluto ricostruire sono le storie di chi, in forma diversa, porta ancora una ferita aperta.

“Lo shock è stato improvviso quanto devastante, ha lasciato un segno nell’intimo. Per ritrovare il senso della propria vita, alcune parti offese sono dovute ripartire da zero. Il trauma subito le ha obbligate a darsi delle risposte e i processi sono stati l’occasione per poter rinascere un’altra volta.”, scrive il regista in merito ai suoi protagonisti.

Il regista ricrea così uno spazio astratto, luogo delle interviste, che meglio rappresenta lo stato d’animo di ciascuna parte offesa. Un elemento scenografico a ricordare le sette storie diverse.

Dopo i traumatici avvenimenti del 2001, Ulrich ha iniziato la sua formazione come terapeuta alternativo. Padre di una figlia di appena un anno, oggi vive a Berlino con la sua compagna italiana in una casa occupata e vuole iscriversi all’università per conseguire la laurea in psicologia.

In Muli Carlo A. Bachschmidt cerca le motivazioni politiche di chi ha vissuto quello stare insieme a Genova, la repressione fisica e psichica, e il superamento del trauma attraverso il suo ritorno in occasione dei processi.

Un documentario shockante che fa luce su un episodio rimasto oscuro: la violenta perquisizione da parte delle forze dell’ordine nella scuola Diaz e la successiva traduzione degli occupanti della scuola nella caserma di Bolzaneto.

Una testimonianza che commuove, quella di Muli che con gli occhi segnati dalla paura cala il sipario con queste parole:
“Sono successe così tante cose nella mia vita, e Genova è stata un’esperienza così forte, così intensa, che mi ha profondamente segnato, e se c’è una cosa che la polizia non è riuscita ad ottenere, è il farmi mollare tutto. Si può dire che abbiano ottenuto il contrario. Io non posso né voglio ritirarmi e condurre una vita borghese. Non è ho alcuna voglia. Magari non sono più in prima linea in tante manifestazioni. Però quello che voglio fare, continuo a farlo e continuerò a farlo. E quindi dentro quella scuola non ce l’hanno fatta a rompere questa cosa dentro di me.”

Margherita Teodori

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