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22 novembre 2011

Maschi e femmine

Quanto gli aspetti biologici ed ormonali ci fanno essere maschi o femmine? E quale ruolo gioca la cultura in tutto questo? Ragazzini rumorosi, fuori dalla scuola discutono animatamente, ora un pugno, ora uno spintone si parla di calcio, di ragazze, di cellulari e tecnologia… Poco lontano alcune ragazzine chiacchierano e i discorsi sono totalmente diversi da quelli ascoltati presso il gruppo di ragazzi: confidenze, primi approcci, considerazioni su altre ragazze, tanti sorrisi e a volte fragorose risate.

Maschi e femmine sono molto diversi, già quando sono piccoli e le differenze vanno via via accentuandosi col passare degli anni, ed è quindi ovvio ipotizzare che sia diverso il loro modo di essere, di pensare e quindi di comportarsi, in una parola il loro cervello.

Il discorso affrontato scientificamente e non solo dal punto di vista della semplice osservazione quotidiana, evidenzia che le dimensioni del cervello di una donna non sono uguali a quello di un uomo, infatti nei maschi il cervello è più grande di circa il nove per cento, anche considerando le differenti dimensioni corporee.

Nel XIX secolo gli scienziati consideravano questa differenza una dimostrazione dell’inferiore capacità mentale delle donne. Uomini e donne però hanno lo stesso numero di cellule cerebrali; semplicemente nelle donne queste cellule sono più fittamente ammassate in un contenitore di più ridotte dimensioni.

Le recenti neuroscienze hanno dato un notevole apporto nel chiarire le nostre conoscenze a proposito delle differenze neurologiche fondamentali tra uomini e donne.

In passato gli scienziati potevano studiare queste diversità solo esaminando il cervello di cadaveri o analizzando i comportamenti di individui affetti da danni cerebrali. Oggi, invece, grazie ai progressi della genetica e della tecnologia non invasiva per immagini, si è verificata una totale rivoluzione nella ricerca e nella teoria neuro scientifica. Nuovi strumenti come la Tomografia a Emissione di Positroni (PET) e la Risonanza Magnetica Funzionale (fMRI) permettono ora di osservare il cervello umano in tempo reale mentre risolve problemi, produce parole, recupera ricordi, nota espressioni facciali, stabilisce un rapporto di fiducia, s’innamora, ascolta il pianto di un bambino, prova depressione, paura, ansia e così via…

Gli scienziati sono così stati in grado di documentare una straordinaria varietà di differenze strutturali, chimiche, genetiche, ormonali e funzionali del cervello di donne e uomini (Brizendine L., 2007, Il cervello delle donne, Rizzoli Editore, Milano, pg. 19; Brizendine L., 2009, Il cervello dei maschi, Rizzoli Editore, Milano).

Al microscopio o tramite una scansione fMRI le differenze tra cervello maschile e femminile si rivelano complesse e diffuse. Nei centri cerebrali del linguaggio e dell’ascolto, per esempio, le donne possiedono l’undici per cento di neuroni in più rispetto agli uomini; l’Ippocampo, principale centro di controllo delle emozioni e di formazione dei ricordi, è più sviluppato nel cervello femminile, così come l’insieme dei circuiti del linguaggio e dell’osservazione delle emozioni altrui. Ecco perché, in media, le donne sono più abili nell’esprimere le emozioni e nel ricordare i dettagli degli eventi accaduti anche lontani nel tempo. Per esempio, le donne riescono a ricordare nei minimi dettagli i loro primi appuntamenti e le liti più feroci, mentre gli uomini si ricordano a malapena che questi episodi hanno avuto luogo (Op. cit.).

Gli uomini hanno processori più grandi nel centro dell’area più primitiva del cervello, l’Amigdala, che registra la paura e scatena l’aggressività. Ecco perché alcuni di loro possono arrivare a uno scontro fisico in pochi secondi, mentre molte donne fanno di tutto per evitare il conflitto, il cui stress psicologico si registra più profondamente in alcune zone del loro cervello.

Noi viviamo nel mondo moderno, ma abitiamo corpi progettati per vivere allo stato brado, e il cervello di ogni donna porta ancora con sé gli antichi circuiti neurali delle sue antenate più forti, messi a punto per il successo genetico, e ancora in grado di rispondere efficacemente alle tensioni sperimentate nelle epoche primordiali.

Ma come si instaurano queste differenze, e che cosa fa di un cervello un cervello femminile e di un altro un cervello maschile?

Ogni cervello fetale appare femminile fino all’ottava settimana: per natura, infatti, la femmina è la struttura tipo da cui si svilupperanno in seguito entrambi i generi.

La crescita fetale del cervello femminile e/o maschile è regolata sia dai geni che dagli ormoni sessuali. A partire dall’ottava settimana un massiccio afflusso di testosterone, prodotto dai piccoli testicoli del feto, potrà trasformare questo cervello “neutro” in maschile, sopprimendo alcune cellule dei centri della comunicazione, e facendo crescere un maggior numero di cellule nei centri del sesso e dell’aggressività; se invece l’ondata di testosterone non dovesse verificarsi, il cervello continuerà a crescere indisturbato secondo una struttura femminile. In questo caso le cellule cerebrali del feto femminile potenzieranno più connessioni nei centri della comunicazione e nelle zone che elaborano le emozioni (Op. cit.).

È questo bivio della vita fetale che determina il destino biologico di ognuno, fornendo ai due sessi disponibilità per l’elaborazione di ben diversi atteggiamenti nei confronti del mondo.

Come si è detto, le femmine non subiscono l’afflusso di testosterone nell’utero e della MIS (la Sostanza di Inibizione Mulleriana che ferma la formazione dell’utero, della parte superiore della vagina e delle tube di Fallopio), con i quali si restringono i centri di controllo della comunicazione, della osservazione e dell’elaborazione delle emozioni; di conseguenza alla nascita sono predisposte allo sviluppo di tale abilità più che i maschi.

Durante i primi tre mesi di vita, in una bambina la capacità di contatto visivo e di reciproca osservazione del volto accrescerà di oltre il quattrocento per cento, mentre non aumenterà affatto in un maschio. Basti pensare alla capacità di una mamma di distinguere nel suo bambino il pianto per fame dal pianto per un capriccio o per una sofferenza fisica di qualsiasi tipo.

Le bambine nascono con un grande interesse verso l’espressione delle emozioni. Acquisiscono consapevolezza di sé da uno sguardo, un gesto, da ogni reazione delle persone con cui entrano in contatto: a partire da questi indizi elaborano la consapevolezza di essere considerate importanti, degne d’amore o di non essere accettate con tutte le conseguenze che tali consapevolezze producono.

Gli estrogeni, il progesterone e l’ossitocina preparano i circuiti cerebrali femminili in modo tale che la bambina impari a cogliere le sfumature dei rapporti sociali e possa comportarsi adeguatamente di conseguenza, per portare a compimento il proprio compito di perpetuazione della specie e di protezione della prole.

Le femmine stringono legami emotivi con modalità sconosciute ai maschi, amano analizzare in profondità la dinamica dei loro sentimenti e del rapporto che li lega ad un uomo. Nella quotidianità fanno fronte a compiti più diversi e spesso contemporaneamente avendo un cervello che funziona in modo più articolato e veloce. Si tratta di innate capacità possedute da un cervello che, alla nascita, si presenta più maturo di quello di un maschio e che si sviluppa più rapidamente, con un anticipo di circa due anni.

Il cervello femminile possiede doti uniche e straordinarie: notevolissima agilità verbale, abilità nello stabilire profondi legami di amicizia, facoltà quasi medianica di decifrare emozioni e stati d’animo dalle espressioni facciali e dal tono della voce, maestria nel mediare e placare i conflitti.

Noi maschi, in tutta franchezza, non possediamo queste qualità pur avendone altre certamente importanti per portare a termine i compiti loro assegnati dalla natura: difesa del territorio da eventuali invasori, fecondazione del maggior numero possibile di femmine, procacciamento del cibo, ricerca ed esplorazione degli spazi, forte interesse al movimento, concentrazione sul lavoro e sensibilità alla gerarchizzazione. Nasciamo così con altri talenti, forgiati dalla nostra eredità ormonale e finalizzati a specifici compiti.

A questo punto, è spontanea la seguente riflessione. Nelle nuove generazioni di femmine occidentali si osserva un cambiamento: le donne sono più aggressive, spesso prendono l’iniziativa nei riguardi dei maschi, più grintose ed arriviste e spesso spietate nei confronti delle colleghe “sorelle”… Nello stesso tempo, sembra di essere di fronte a maschi paurosi, non più in grado di sostenere la competizione, la frustrazione dell’insuccesso, con ansie di prestazione che vanno bel oltre quella classica sessuale, e così via…

Sta forse accadendo qualche cosa di nuovo nell’evoluzione della nostra specie?
Io credo che nella nostra attuale società vi siano molte novità, fra esse anche i fenomeni della “femmina maschio” e del “maschio femmina”, rese appositamente visibili per una questione mediatico-edonistica, ossia sapendo bene che le situazioni di confusione identitaria suscitano la curiosità pruriginosa degli esseri umani, di qualsiasi tempo e cultura.

Ritengo dunque che oggi sia effettivamente cambiato il ruolo del maschio e della femmina nell’esercizio dei loro compiti, che sono appunto diventati assai più flessibili fra loro, ma penso che la dimensione bio-ormonale dell’essere maschio o femmina, in questo sistema solare, sia ancora quello cui l’evoluzione fa riferimento, e sia considerato ancora utile alla procreazione della specie, sia sotto forma biologica che culturale, ossia come produzione di idee.

La presenza dell’omosessualità, sia maschile che femminile, è un’altra questione e rappresenta, dal mio punto di vista, un utile ed interessante manifestazione di legame affettivo, quando non si fermi ad una mera sessualità. Trovo che sia legata anch’essa, e secondo influenze soggettive, sia ad aspetti ormonali, in alcuni casi, che legata ad orientamenti sessuali, originati da ambienti e situazioni esistenziali specifici.

Anche nei confronti dell’omosessualità, di cui ci occuperemo in seguito, è necessario però condurre attente ricerche scientifiche, sia di tipo ormonale che di tipo psicologico, non dimenticando mai, come nel caso dell’eterosessualità, che nella nostra specie le due dimensioni sono contigue fra loro senza soluzione di continuità.

Alessandro Bertirotti

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