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17 maggio 2012

Omosessualità… per terminare tra la Natura e la Cultura

Per terminare il nostro brevissimo percorso all’interno delle espressioni sessuali umane, un tragitto decisamente troppo breve rispetto alla discussione teorica e sociale che il tema meriterebbe, ci concentriamo ora sulla omosessualità maschile e femminile.

Ci possiamo solo permettere un breve accenno alla storia dei termini omosessualità e lesbismo, ma quanto basta per ricordare che nella sostanza si tratta della storia della loro condanna. Roberta Padovano dimostra però, nel suo Dove sorge l’arcobaleno, la presenza di “frammenti archeologici omosessuali” dall’Avesta persiano sino agli scritti di Saffo, passando per alcuni papiri dell’antico Egitto e il Simposio di Platone. In questi scritti, l’omosessualità è una variante del modo di sentire umano (Padovano R., 2002, Dove sorge l’arcobaleno, Il dito e la luna Editore, Milano).

Il termine lesbismo deriva dal nome dell’isola di Lesbo nella quale vive la poetessa Saffo, che scrive versi in cui celebra la bellezza femminile, anche se va precisato che l’educazione totale di un giovane uomo e di una giovane donna greci e liberi prevede lo studio dell’arte, della musica e della società secondo una condotta finalizzata al matrimonio, pur contemplando anche l’iniziazione all’amore omosessuale, intesa come preparatoria a quello eterosessuale.

È la cultura greca che introduce il concetto di ruolo all’interno di una relazione omosessuale, perché sino a quando l’uomo desidera assumere la parte attiva si manifesta la sua superiorità, ed è del tutto legittimo che lui abbia rapporti con maschi di rango inferiore, ragazzi oppure schiavi. Le cose si complicano se invece lui desidera assumere un ruolo passivo, associato all’inferiorità sociale della donna.

È interessante notare, per noi persone del terzo millennio, che molti atteggiamenti che continuano ad essere presenti nelle nostre culture occidentali trovano in effetti proprio in questi anni il periodo della loro fondazione sociale e mentale. Ecco perché non è facile sradicare dalla forma mentis di alcuni individui l’idea recondita che all’interno di un rapporto d’amore vi debbano essere i superiori e gli inferiori, i dominatori ed i sottomessi, i vincitori ed vinti.

A questo proposito, è bene chiarire l’idea dell’omosessualità educativa greca di cui abbiamo parlato fornendo ulteriori precisazioni. Ammesso che l’omosessualità maschile e femminile avesse la funzione di una iniziazione, tale iniziazione era vissuta dal discepolo o discepola come un personale atto di gratitudine per la scolarizzazione ricevuta. In secondo luogo, “durante questo periodo di formazione, se il ragazzo lo desiderava, la coppia maestro-allievo praticava attività sessuali (Pietrantoni L., Prati G., 2011, Gay e lesbiche. Quando si è attratti da persone dello stesso sesso, Il Mulino Editore, Bologna, pg. 21).

Nella Roma del II e III secolo d.C. la Lex Scatinia punisce i rapporti omosessuali fra persone libere, ed in tutto il Cristianesimo, a partire dal 391, quando tale religione diventa di Stato, la pratica omosessuale resta interdetta. Dal 533 l’omosessualità, intesa come peccato, viene concepita anche come una pratica contro il sistema della natura. Fino a giungere al Rinascimento, dove nella Firenze del 1400 coloro che si macchiano del vizio nefando possono essere puniti con pene che vanno dal taglio dei testicoli sino alla morte.

Il termine che utilizziamo oggi per definire l’omosessualità maschile è quello di gay, che deriva dal francese provenzale gai, con il significato di allegro, gaio, che dà gioia. Nel Settecento, il termine assume la connotazione di anticonformista, dissoluto, per divenire nell’Ottocento ulteriormente considerato spregiativo con i significati di depravato e lussurioso.

La ricerca scientifica contemporanea cerca oggi di comprendere, dal punto di vista evoluzionistico, l’eventuale ruolo che l’omosessualità maschile e femminile possono svolgere all’interno della nostra specie. Ma questo tipo di indagine trae la sua origine teorico-filosofica dal profondo, a volte persino acceso, dibattito che scaturisce nella seconda metà dell’Ottocento attorno all’espressione natura-cultura. Si contrappongo gli innatisti, che attribuiscono alla dotazione genetica la determinazione di condotte specie-specifiche condivise, e gli ambientalisti, i quali credono invece che l’ambiente sia ciò che realmente ed effettivamente plasmi la persona e i propri comportamenti.

Il vivo di questa discussione, per alcuni versi ancora in atto fra gli scienziati e ricercatori, risiede nella necessità, proprio per riuscire ad avere una base comune, di verificare, come nel caso dell’omosessualità umana, se tale comportamento è presente in specie non umane, in quelle antropomorfe e dunque in natura, prima di analizzare cosa accade nella nostra. Non possiamo in questa sede affrontare la questione che si presenta decisamente interessante, se non rimandando il lettore ad un testo che sommariamente la espone, ossia Pietrantoni L., Prati G., 2011, Gay e lesbiche. Quando si è attratti da persone dello stesso sesso, Il Mulino Editore, Bologna. Ci sembra comunque importante, a proposito di questo tipo di ricerche, ricordare che il dato finale più importante è la constatazione che nel mondo animale sono molto più diffusi comportamenti bisessuali che solo omosessuali oppure eterosessuali (Pietrantoni L., Prati G., 2011:28).

Possiamo invece, dedicarci a verificare se l’omosessualità gioca qualche ruolo significativo all’interno dell’evoluzione umana, secondo la posizione assunta da Darwin sullo sviluppo della specie. Il primo dato dal quale partire, secondo noi, è quello in base al quale la dimensione culturale della nostra specie assume un tale importante e determinante significato che non consente di comparare la nostra esistenza a quella degli altri animali.

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L’attribuzione di significato culturale alla sessualità umana è talmente significativa ed inclusiva, ossia satura di senso, che non esiste nella nostra specie un comportamento che possa essere catalogato come solo naturale o solo culturale. Nel caso dell’Uomo, tutti i comportamenti sono tanto naturali quanto culturali, con quote di prevalenza che agiscono in modo diverso in base alle necessità di adattamento, proprio perché nell’adattamento risiede la dimensione vincente della nostra specie.

Partendo da questo presupposto, le visioni catastrofiche secondo cui l’omosessualità porterebbe all’estinzione della specie sono semplicemente puerili, mentre continua ad essere utile cercare di comprendere il motivo per cui anche fra gli esseri umani tale comportamento esiste e quale ruolo adattativo potrebbe giocare per l’evoluzione.

L’omosessualità femminile non impedisce alla femmina umana di diventare genitore e dunque di avere figli, mentre nel caso di quella maschile, la scelta culturale-naturale, di condurre una vita inseguendo la possibilità di condividerla con il proprio partner sessuale veicola, il più delle volte, l’ulteriore scelta di non diventare genitore. E con questo non si vuole dire, ovviamente, che l’omosessuale non sia naturalmente in grado di diventare padre, ma si vuole solo porre in evidenza perché le ricerche scientifiche si sono concentrate sui gay e non sulle lesbiche.

Secondo Edward Miller, l’orientamento sessuale umano è influenzato da più geni, quindi non solo da una coppia di alleli, e il possesso di molti di questi alleli determina l’omosessualità, mentre il possesso di solo alcuni di questi sviluppa nel maschio atteggiamenti di maggiore tenerezza, empatia e gentilezza. Questi ultimi elementi sono particolarmente apprezzati in alcune femmine umane e permetterebbero l’assunzione di un ruolo educativo importante per lo sviluppo della prole, e dunque della specie stessa.

In sostanza, secondo i dati di Miller e pubblicati nel 1999, l’omosessualità potrebbe avere un ruolo importante come strategia evolutiva che sviluppa nel maschio atteggiamenti di cura empatica verso la prole, tipico comportamento materno.

Ma vi è una scoperta italiana decisamente importante a questo proposito, ossia quella condotta da Andrea Camperio Ciani (Ciani Camperio A. et al., Male Homosexuality: Nature or Culture, in Journal of Sexual Medicine, Vol. VII, 10, 3245-3253) secondo la teoria della selezione sessuale antagonista. Questa teoria assume che “la componente genetica che codifica per l’omosessualità maschile comporti svantaggi quando viene trasmessa agli uomini e vantaggi quando viene trasmessa ad un donna, poiché risulta maggiormente feconda” (Pietrantoni L., Prati G., 2011:41).

In sostanza, il ricercatore italiano ha dimostrato che i gay possiedono più parenti in linea materna piuttosto che il linea paterna (questo possesso è a livello di geni, ovviamente…), cosa che non accade nel caso degli eterosessuali.

Nello specifico, i gay hanno madri con un livello di fecondità un terzo maggiore rispetto alle madri di eterosessuali, per cui nella famiglie in cui è presente un gay abbiamo nonne, zie e cugine che fanno più figli rispetto a famiglie in cui non è presente un gay.

Risulterebbe dunque la presenza in natura di un “errore” per i benpensanti, e cioè che “la presenza di gay nella popolazione comporterebbe un vantaggio evoluzionistico poiché punta ad aumentare, piuttosto che a ridurre, la natalità” (Pietrantoni L., Prati G., 2011:42).

Ecco perché, al termine di questo breve ciclo di articoli sulla dimensione sessuale umana, mi giunge spontaneo invitare tutti noi ad una discussione pacata e serena sul ruolo dell’affettività, dell’amore, come elemento tanto naturale quanto culturale nella nostra specie, altrimenti tutto viene ricondotto ad un “gioco competitivo tra poteri politici” che troppo spesso non hanno a che fare con la ricerca e la sospensione dei giudizi di valore.

Giudichiamo pure, se vogliamo, e la scienza lo fa da quando è nata… ma non condanniamo, perché il “futuro è aperto”, come direbbe Karl Raimund Popper, almeno per coloro che amano.

Alessandro Bertirotti

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