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23 dicembre 2011

Fudan School of Management di Shangai: come funziona

Fudan School of Management di Shangai
Fudan School of Management di Shangai

Fudan School of Management di Shangai

DDIM – Double degree international management LUISS, Bocconi, Fudan School di Shangai – è un programma di scambio di due anni e in inglese, riservato agli studenti che hanno già conseguito un diploma di laurea.

Il primo anno si svolge alla Fudan School of Management di Shanghai e il secondo alla LUISS di Roma o alla Bocconi di Milano. Alla fine dei due anni si ottengono due diplomi: dalla LUISS il Master’s Degree in General Management e dalla Fudan University il Chinese Master’s Degree (Xueshi) in International Management. In quest’intervista Flavia, studentessa di economia alla LUISS , racconta il suo anno di studio a Shangai.

Qual è stata la prima impressione all’arrivo alla Fudan School of Management di Shangai

“All’ inizio pensare di essersi trasferiti in Cina è fonte di ansia e agitazione. Tutto è diverso: persone, abitudini, tempistiche, cibo, condizioni, odori. L’impressione all’ arrivo all’International student village vicino al campus della Fudan, è stata pessima: solo stradone sopraelevate che passavano in mezzo a altissimi palazzi orribili con luci al neon alternati a casette con tetti blu. Quando abbiamo iniziato a esplorare la zona abbiamo visto che quella era la realtà periferica di Shangai e che spostandosi un po’ il panorama cambiava radicalmente.”

Gli aspetti positivi dell’abitare a Shangai?

“Quando si va in centro per la prima volta si rimane senza parole. Si vedono miliardi di persone, è incredibile. Moltissimi passeggiano sul Bund, il lungo fiume pedonale che affaccia su Pudong, il quartiere finanziario. Una nuova Manhattan più affascinante perchè poco conosciuta. Lì regna il caos: è difficile anche farsi strada tra le persone mentre si cammina. La metro è un servizio efficientissimo. E poi c’è una ricca comunità internazionale. Sono tantissimi i giovani europei che lavorano lì e che si incontrano nei locali.”

E gli aspetti negativi?

“Sicuramente all’inizio il fatto di non poter comunicare è frustrante. Nei negozi della nostra periferia nessuno parla inglese, così per farsi capire si mette in atto una sorta di gioco dei mimi. Per prendere il taxi bisogna portare con sé un biglietto da visita con l’indirizzo della propria destinazione. Si prova un senso di spaesamento per questo per i primi tempi non si può andare in giro da soli. Si rischia di non tornare a casa perchè non si riesce a comunicare con il tassista!”

Com’è stato frequentare i corsi alla Fudan School of Management di Shangai?

“Abbiamo cercato in tutti i modi di perseguire uno degli obiettivi del programma, ovvero l’ integrazione culturale. In alcuni casi è stato impossibile: su 45 studenti italiani (15 provenienti dalla LUISS e 30 dalla Bocconi ) solo 2 o 3 sono diventati amici degli studenti cinesi. Sono molto chiusi, solo 4-5 (su 40) erano pronti a conoscere gli altri. Spesso la loro vita è solo l’università. Vanno a lezione, pranzano alle 11.30, cenano alle 17,30, studiano e tornano nei dormitori senza mai uscire la sera.”

Quando hai iniziato ad integrarti alla vita cinese?

“Quando ho iniziato ad abituarmi a determinate cose: l’osservare scene di vita quotidiana di chi viveva nei paraggi, nel tragitto da casa all’università. Si intravedeva dalle finestre di qualche casetta sulla strada una camera con tv, un letto e una bacinella. Spesso i bagni non c’erano. Poi seguire i lavori dei tanti palazzi in costruzione: passavi un giorno e vedevi il cantiere, ripassavi tre giorni dopo e c’era il palazzo! Altro sintomo di integrazione è stato il cominciare a mangiare cibo cinese, anche quello dei carretti per la strada in cui un pasto costa l’equivalente di uno o due euro. Un altro tentativo di integrazione è stato il corso di cinese che ho seguito.”

Quali sono le differenze culturali più evidenti che sono emerse durante le lezioni alla Fudan School of Management di Shangai?

“Abbiamo dovuto realizzare molti lavori di gruppo. Non è stato facile soprattutto perché i livelli di competizione erano altissimi e l’integrazione non molta. Mentre noi italiani tendevamo a divergere su alcune decisioni da prendere, abbiamo notato che i cinesi erano portati a fare sempre un fronte comune, senza mai contraddirsi, anzi assecondandosi a vicenda. Spesso si discuteva di politica: sembrava che per loro qualsiasi cosa decidesse il governo andasse bene. Un esempio: riguardo l’oscuramento di Facebook e Youtube molti ragionavamo così: “se è vietato, significa che è pericoloso”. Mi è sembrato che la differenza culturale pesi molto. E’ uno scoglio molto grande, e quest’ anno di quasi convivenza non è riuscito ad abbatterlo.”

Quali sono gli aspetti della vita a Shangai che ti hanno colpito di più?

“Vivere a Shanghai è bello sia perché puoi entrare in contatto con il modo di vivere cinese, sia perché puoi vivere come se fossi a New york! Un aspetto molto divertente è quello dello shopping. Non solo i “palazzi del falso” con le imitazioni delle fashion brands ma anche il palazzo del fabric con negozi che confezionano qualsiasi tipo di abito su misura a un costo bassissimo. E poi le possibilità di viaggiare in Asia che sembrano non esaurirsi mai.”

Benedetta Michelangeli

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