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10 gennaio 2012

Da Schopenhauer al Cervello Multitasking

Per Schopenhauer un uomo può fare ciò che vuole, ma non può volere ciò che fa. Questo aforisma ha il pregio di sintetizzare il senso dell’evoluzione umana; un senso privo di radici e di mete conoscibili.

La storia dell’umanità, infatti, ha un inizio incerto, sfocato, quasi volontariamente smarrito nel tempo e nello spazio. In più di duemila anni d’evoluzione, l’umanità, intesa quale organismo vivente variopinto e teleologicamente orientato, ha dato vita ad imperi, religioni, monumenti di incredibile bellezza, intonando adagi ora eterei ora gioviali.

Tuttavia, l’uomo ha anche prodotto guerre e stermini incarnando l’eco di un male recondito, atavico e spietato. Per i filosofi ed i teologi, l’uomo è un essere munito di coscienza che lotta, tra il bene e il male, per la sopravvivenza.

Ritornando all’aforisma, appare significativo scinderlo in due parti. Con la prima locuzione, S. evidenzia le doti intellettive umane, eziogenesi dell’evoluzione; con la seconda, invece, tende a sottolineare l’imperfezione umana, ossia la mancanza di una reale volizione, di un senso originario.

La locuzione “l’uomo non può volere ciò che fa” assume i caratteri e le peculiarità di un vero e proprio paradosso. Risulta difficile, infatti, per noi occidentali, credere che l’uomo da un lato possa creare o realizzare ciò che vuole e dall’altro non possa volerlo.

Al di là del paradosso della logica, l’intenzione di Schopenhauer è quella di evidenziare l’esistenza di entità trasversali, capaci di condizionare a tal punto da impedire un reale processo volitivo.

Accettare una simile ipotesi ingloba in sé l’elisione dell’equazione Uomo = essere perfetto. La perfezione è un ideale troppo ondivago per essere reale. Per Nietzsche, l’inferno di Dio è il suo amore per gli uomini. Secondo le principali correnti di pensiero in campo scientifico e religioso, a condizionare la volizione umana sarebbero la Natura, il Caso e Dio.

I teologi ed alcuni scienziati ammettono l’esistenza del libero arbitrio, cioè della capacità di decidere ed agire in modo libero. La dottrina del libero arbitrio va accostata a quella dell’Etica e dell’Estetica. L’estetica è la percezione soggettiva dell’osmosi con l’ambiente.

L’etica è la capacità, soggettiva e intersoggettiva di concepire e compiere azioni che sappiano perpetrare un sano ed equilibrato legame con l’ambiente. Etica ed estetica rappresentano le due facce di una stessa medaglia in quanto derivano da un complesso retaggio evolutivo tra specie e ambiente.

Il legame tra etica e libero arbitrio è ancestrale. Se l’uomo è munito di libertà allora è verosimile che egli espleti contegni ossequiosi dei canoni etici.

Tuttavia, alcuni studiosi risolvono il problema del libero arbitrio, negando la libertà sia ai fenomeni naturali sia all’uomo. A sostegno di tale tesi, deterministica, l’uomo agisce perché i suoi neuroni risultano predisposti a concitare un determinato contegno e non perché mosso da una reale volizione.

Secondo un’altra corrente di pensiero, l’entità capace di condizionare gli uomini nelle scelte sarebbe il caso. Secondo la Meccanica quantistica, il caso è una caratteristica peculiare della natura, non riconducibile al determinismo. Esso dà vita al probabilismo, ossia all’idea secondo cui ogni fenomeno naturale può manifestarsi in modalità del tutto opposte e imprevedibili.

Sia i deterministi che i probabilisti negano la libertà, ergo la responsabilità umana. Non la negano invece le religioni più diffuse né le legislazioni più significative. Infatti, se si ammette il libero arbitrio, automaticamente l’uomo è responsabile delle proprie azioni, ergo punibile sia per aver peccato che per aver commesso un reato.

Così sembrerebbe opportuno sostenere che solo le creature dotate di coscienza possiedono il libero arbitrio e sono in grado di agire secondo etica.

Se l’uomo non può volere ciò che fa, può essere considerato colpevole delle sue azioni? La risposta è affermativa se l’uomo ha la coscienza. Ma cos’è la coscienza?

Il mistero che aleggia intorno a tale tematica, è del tutto affine a quello che riguarda le origini dell’uomo. L’unica certezza è data dal fatto che se l’uomo non avesse avuto la coscienza non si sarebbe potuto evolvere a tal punto da interrogarsi sulla causa stessa della sua evoluzione.

Cervello ed evoluzione denotano l’essenza propria del genere umano, a prescindere dal fatto che non se ne conoscano ancora né il senso né tanto meno le cause più recondite.

E’ verosimile ipotizzare che la scienza del futuro tenderà progressivamente a smantellare, erodere e stralciare le velature poste a tutela del mistero della vita. La scienza attuale, può e deve condurre l’umanità verso stadi di conoscenza progressivi, facendo del mistero e della ricerca di senso la sua stessa ragione esistenziale.

In fin dei conti, lo scopo della gran parte degli uomini, la realizzazione della propria personalità, va ricercato nel sentimento di resistenza e di riscatto contro le intemperie che fanno da sfondo ad un tragitto la cui esistenza prescinde dalla volizione umana.

Di recente alcuni ricercatori della McGill University di Montreal, sono riusciti a dimostrare che il cervello è capace di svolgere attività multitasking e di tenere sotto controllo più oggetti allo stesso tempo.

Ad alimentare ideologicamente lo studio, è un’affascinante teoria evoluzionistica.

Per Julio Martinez Trujillo, neurofisiologo cognitivo e coordinatore della ricerca, il cervello umano si sarebbe evoluto per prestare attenzione a più di un oggetto in parallelo: “Lo studio è stato condotto attraverso l’analisi dell’attività dei neuroni cerebrali di due scimpanzè intenti ad osservare due oggetti tra i quali era stato posto un elemento di distrazione.

Le registrazioni delle attività cerebrali hanno svelato che gli animali sono in grado di concentrare l’attenzione su due punti corrispondenti agli oggetti osservati e di escludere il terzo elemento.

Il nostro cervello si è evoluto sviluppando il multitasking, ovvero la capacità di mantenere alta l’attenzione su più di due elementi di pericolo correlabili alla sopravvivenza. Tale capacità multitasking tende a diminuire, quando l’oggetto intruso è più simile agli altri due”.

Antonio Migliorino

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