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3 febbraio 2012

Italiani come Schettino: pronti ad abbandonare la nave

In momenti di crisi economica e più che mai sociale è davvero semplice giungere a paragoni con altri paesi che se la passano meglio. Da qualche tempo il nostro termine di paragone in Europa è la Germania. Da poco circola l’articolo di Jan Fleischhauer sul Der Spiegel che dipinge il popolo italiano in maniera gretta, parlando addirittura di razza. Sembrano discorsi di un’altra epoca. Il giornalista si serve della tragedia della Concordia per “analizzare” le differenze tra Italia e resto d’Europa. In quattro parole: la fiera dei cliché. Gli italiani sarebbero tanti “schettini” abituati a non prendere le cose sul serio, differentemente dai grandi ammiragli tedeschi o britannici. Una moda, questa, che ci vede sempre rincorrere altri Paesi, che ci vede fannulloni e parassiti in una Europa a due velocità. Così ci vedrebbe una parte dei tedeschi.

A dire il vero abbiamo conosciuto molti ragazzi che la pensavano diversamente, ragazzi di tutte le nazioni che non erano (fortunatamente) legati a stereotipi tanto cari a chi il mondo lo vede col cannocchiale. Un mondo globalizzato e sempre più globalizzante, dove gli scambi culturali servono a mostrare direttamente la cultura di un popolo, senza lasciare spazio a facili semplificazioni. Non ci sembra infatti che il giornalista parli con cognizione di causa. Ignorare l’articolo sarebbe stato il modo migliore per isolare una gracchiante voce di un noto provocatore? Per alcuni si. Il Giornale ha risposto con un articolo che ha destato scalpore per il suo titolo: “A noi Schettino, a voi Auschwitz“. All’interno Sallusti rievoca gli orrori della II guerra mondiale smarcando gli italiani, e tutto nella giornata della memoria dedicata all’olocausto: siamo stanchi anche di questo.

Non si dovrebbe invece lasciar passare un’altra “moda” che fa tendenza tra i giovani, cioè quella che fa dire “mi vergogno di essere italiano”. L’espressione è paradossale in sé. Chi dice di odiare l’Italia è visto come un lungimirante cosmopolita, represso e “regresso” in un paese che niente ha da offrire. Cosa aveva da offrire la Germania post-guerra? cosa aveva da offrire l’America del sessanta? cosa aveva da offrire la Spagna franchista? eppure oggi sono proprio quei paesi a cui guardiamo, a cui ci ispiriamo. Quei popoli non hanno abbandonato la nave mentre affondava. Quelle genti sono “tornate a casa” per senso civile verso la propria terra. Infatti non si parla di nazione, non ci si rifà allo stato o a questo o quel governo. Non è il senso di patria, ma si parla di origini, dell’humus culturale che è formativo in ogni uomo. Siamo ciò che siamo stati.

Forse abbiamo perso il valore delle origini. Una vera tragedia è infatti la “fuga dei cervelli“, le menti che divengono grandi e ingrandiscono il paese in cui si trovano. Gli stessi paesi che con boriosa superiorità si mettono sul piedistallo. Questa migrazione perpetrata per anni ha portato a un rallentamento del processo culturale ed economico, connaturato a una globalizzazione selvaggia che lascia un saldo negativo tra quelli che lasciano e quelli che ritornano. Solo di brevetti l’Italia ha perso circa quattro miliardi di euro in venti anni. Ovviamente l’esperienza in un altro contesto culturale è indispensabile per la crescita personale. Gli scambi culturali migliorano le singole culture. Ma il sentimento di inferiorità sembra davvero troppo. Abbiamo cominciato a sentirci inferiori fino ad odiare noi stessi. Questo è arretramento culturale.

Qualche tempo fa Renzo Piano disse che è fondamentale che l’Italia migliore torni in Italia. Una sorta di “chiamata alle armi” ideologica. Questo non vuol dire che tutti i migliori sono ormai partiti o che i cervelli sono tutti all’estero. Anzi, la maggior parte resta quiescente nel Paese in attesa di tempi migliori. Oggi è giunto il momento di rimboccarsi le maniche. Oggi siamo stanchi di essere bloccati dai soliti problemi e dalle carenze che non ci appartengono. Oggi vogliamo contribuire alla crescita sociale, anche mettendo da parte individualismi (pur sempre fondamentali) per un valore più grande che è la collettività, senza scuse o luoghi comuni. Chi sa fare faccia. Chi ha idee le metta in pratica, sicuri che il benessere comune vuol dire benessere individuale. Una vera e propria lotta generazionale, come avviene in altri paesi, è l’unica soluzione. Disse il regista americano Michael Moore a proposito del suo Paese: “Mi rifiuto di vivere in un paese così. E non me ne vado“.

Giuseppe De Lauri

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