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18 febbraio 2012

L’Aquila: Rettore difende il valore legale del titolo di studio

Il Rettore Ferdinando Di Iori, dell’Università dell’Aquila, sembra essere solo contro tutti nella difesa del valore legale del titolo di studio, di possibile abolizione secondo le istruzioni del Governo. Viste le recenti liberalizzazioni sostenute dal Governo Tecnico, anche il togliere valore al titolo potrebbe risultare una tattica per favorire una maggiore flessibilità del settore pubblico e del lavoro dato che, in effetti, il settore privato ha la piena facoltà di scegliere da sé il valore da attribuire ai vari titoli, avendo quindi maggiore di movimento.

In più, si chiede Di Iorio nelle lettere che ha spedito ai parlamentari suoi corregionali, “Come si può pensare che l’abolizione del valore legale del titolo di studio possa permettere all’Italia” –  dove si va avanti solo grazie a “spintarelle” e raccomandazioni varie – “di raggiungere i parametri degli altri Paesi europei?” – dove ciò che conta sono veramente le esperienze lavorative e il bagaglio culturale accumulato. Una soluzione che non piace per niente al Rettore dell’Università dell’Aquila, che spera se ne discuta in Parlamento e non venga presa questa triste decisione, che vedrebbe come risultato l’ulteriore svalutazione di quel titolo di studio con cui in Italia ormai già si fa ben poco. L’unica soluzione, dice, “è sostenere invece il settore giovanile e garantire loro un futuro più sicuro”.

Poi il Rettore rincara la dose: “Se l’obiettivo è quello di eliminare la copiosa burocrazia e invece aumentare una produttiva concorrenza tra Atenei, in realtà si andrà solo peggiorando, evidenziando ancora di più la differenza tra università, marcandone alcune come Migliori e altre Peggiori.” Senza dimenticare, ricorda ancora Di Iorio, che le scarsità di fondi e risorse di certo non aiuterebbe questa nuova soluzione.

Conclude la sua lettera citando statistiche e dati, che vedono l’Italia sempre più dietro rispetto agli standard europei, rimanendo staccata con almeno 14 punti percentuali dalla media. Peggio ancora se poi si parla del Sud, fermo sul 15,6% contro i 33,6% dell’Unione Europea. (SVIMEZ 2011)


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