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28 febbraio 2012

L’editoria online fiorisce nell’Ipad

Timbuktu è una rivista digitale per bambini progettata per iPad che racconta le storie più belle che passano sui giornali di tutto il mondo. L’applicazione è nata in Italia da Elena Favilli (Editor in Chief), una redattrice del Post, Francesca Cavallo (Creative Director), Olimpia Zagnoli (Art Director) e Julian Koschwitz (Interaction Art Director). Ed è stata realizzata grazie al finanziamento ottenuto con il premio Working Capital 2010 di Telecom Italia. È basata sugli standard open source dell’HTML5 ed è stata sviluppata in collaborazione con un gruppo di illustratori, designer, fotografi e scrittori di Milano, Berlino, San Francisco, New Delhi, Lisbona e Barcellona.

C’è la storia del grande censimento in India, il riscaldamento globale a fumetti e una guida al riciclo: la filosofia è educativa ma anti-gerarchica, combina creatività e onestà. Informare più che insegnare. La cosa che chiama la mia attenzione, certo il progetto è interessante e indubbiamente coraggioso, è il mezzo, cioè il Tablet.

La cosa che stupisce con l’ipad è l’incredibile mole di informazione con cui si è continuamente connessi. Leggendo un articolo posso aprire milioni di link, commentare, controllare, perfino riappropriarcene modificando, correggendo o anche solo diffondendolo nella nostra rete sociale. Tutto questo brulicare accade mentre ce ne stiamo sdraiati sul divano del salone. Il paradigma del piccolo lettore di imbuktu è quindi il bambino digitalizzato, che si destreggia in un mondo di iperlink in tutta naturalezza.

L’Editoria on line si gonfia come un enorme blob. Barnes&noble trema. Siamo agli albori di una rivoluzione digitale pari a quella del mondo discografico post mp3? “I’ts nice that” un periodico on line si presenta così:

“It’ll probably come as no great surprise that we’re massive fans of the internet and all its merry ways, but sometimes you get sick of staring at a screen all the livelong day. That’s when you need something to read – beautifully designed with a range of articles and interviews concentrating on the most exciting creatives on Planet Earth. Hey guess what? That’s exactly what the (now quarterly) It’s Nice That magazine does…”

Passiamo la nostra giornata davanti ad uno schermo. Quindi, ci spiegano, sembra essere naturale che anche il nostro ruolo di lettore si trasli dal cuscino alla tastiera.

E’ pur vero che l’mp3 ha ucciso l’orecchio di molti, ma non di tutti. La musica digitale ha stravolto il mercato discografico cambiando completamente il modo di consumare l’ascolto. Se dobbiamo andare a correre sulla spiaggia è logico andarci con l’ipod, ma se stiamo leggendo un libro in salotto Keith Jarrett va col vinile. Allo stesso modo tendiamo a non usare il Ribera per cucinare il sugo e il Tavernello per affinare i nostri sensi nell’ora dell’aperitivo.

Sarei più dell’idea aristotelica che anima e corpo non siano in opposizione, e che i due mondi possano coesistere.  Perché non vendere con la copia cartacea del libro anche quella digitale? L’esperimento sarebbe decisamente curioso e i risultati sicuramente imprevedibili. Quindi ricapitolando: l’editoria digitale permette di raggiungere un vasto pubblico attraverso più piattaforme.

Le spese di pubblicazione si riducono drasticamente senza conseguenze sulla qualità del prodotto. Non posso non pensare ai miei testi universitari carissimi e a quanto sarebbe stato più economico-utile possederli in versione digitale. Magari con la possibilità di condividere appunti, commenti, domande e discussioni direttamente a bordo pagina.

Contemporaneamente non voglio credere all’opinione che sta sibillinamente passando tra i tecnomaniaci che alle persone non piaccia leggere, vedere senza poter far nulla: alle persone piace imparare facendo. Leggere è diverso da consultare, diverso da vedere, diverso soprattutto da fare, o almeno dal fare  indistricabilmente connesso al concetto odierno di produttività. Abbiamo bisogno di nuovi modi di indicare questo nuovo leggere, questo è certo.

Non voglio moralizzare nessuno  sull’inquietante avvento di quello che viene chiamato frictionless sharing o condivisione fluida, cioè il paradigma Zuckerberg. Su Fb la parola chiave è socialità, e per incarnarlo al meglio hanno unito le forze alla causa anche Spotify, Netflix e chissà quali altri. Dovremo preoccuparci solo di ciò che non vogliamo condividere, il resto verrà condiviso automaticamente. Su Facebook esistono già applicazioni che condividono immediatamente ciò che stiamo leggendo o ascoltando.

Benjamin parlava di inconsapevoli uomini-sandwich: forse anche questo dovremmo ricordarci di  spiegarlo ai nostri bambini mentre leggono l’IPad.

 

 

 

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