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26 Febbraio 2012

Quando la piccola editoria è in pericolo: editoria di serie A e B

Il documentario secondo Bill Nichols
Quando la piccola editoria è in pericolo

Quando la piccola editoria è in pericolo

Ecco quando la piccola editoria è in pericolo.

L’intento è dei migliori: passare la produzione scientifica del Paese a un vaglio più oggettivo ma le vie scelte a tale fine appaiono, però, abbastanza discutibili.

Con l’avvenuto passaggio a un nuovo sistema di valutazione dei titoli scientifici nei concorsi universitari muta, certamente, una consuetudine accademica, ma con troppe implicazioni.

I criteri proposti aumentano le preoccupazioni.

Ad esempio nel settore storico, è stato proposto di ritenere di serie A per il loro solo nome tre editori: Einaudi, Laterza e Il Mulino.

Sicuramente sono questi editori che hanno illustrato la cultura italiana in ogni modo. Ma, in questo modo, si sono escluse da una valutazione positiva riviste e pubblicazioni delle società storiche regionali, in cui è attiva una gran parte della storiografia italiana.

Paradossalmente, gli stessi criteri sono stati adottati per settori e discipline molto distanti fra loro; o l’importanza del numero delle citazioni conseguite da un lavoro sia garanzia della bontà dello scritto, o che i comitati o i garanti ora diano più garanzie delle direzioni e redazioni attuali; o come il legittimo dubbio sulla necessità di previe certificazioni, se nei concorsi vi sono commissioni esaminatrici.

Piccole mine che rendono instabili gli effetti per i piccoli editori e le piccole riviste, che non hanno la possibilità di conformarsi alle nuove norme, e anche per i costi di un’organizzazione più complessa, o di valutatori esterni in altra lingua.

Tutte procedure che, per essere serie, richiedono delle spese da sopportare. Gli autori andranno a preferire editori e riviste di serie A o B, e lo stesso vale per gli studiosi per dirigere collane o riviste. Quindi a questo punto i finanziatori si indirizzeranno dove il prestigio è attestato. La vita della piccola editoria, già difficile, diventerà rischiosa anche per il debutto dei più giovani, cui i piccoli editori sono più accessibili. Quindi è chiaro che le voci nuove, la cultura di tendenza, la cultura locale, le piccole minoranze di ogni tipo, gli studiosi o intellettuali, le piccole istituzioni saranno rese meno accessibili.

Quando la piccola editoria è in pericolo, ma se riesce a sopravvivere, sarà più ridotta a editoria di ghetto.

E se si riducono al minimo questi requisiti? Il mondo è cambiato, c’è il villaggio globale. Rispettando la regola delle tre «i» (italiano, informatica e inglese), non dobbiamo dimenticare che l’autonomia dell’iniziativa culturale e scientifica deve essere sempre tutelata e non si può formare in base alla modulistica di requisiti richeisti. Non è detto, comunque, che sia garantita da certificazioni particolari più che dal libero dibattito e confronto.

È in questo dibattito che sono stati sempre battuti le baronie e le fazioni culturali, la falsa scienza, il tradizionalismo e tanto altro ancora.

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