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11 marzo 2012

‘Firefly’ della compagnia eVolution Dance Theater al Teatro Italia di Roma

Ieri sera, al Teatro Italia, si è esibita la compagnia eVolution Dance Theater diretta da Anthony Heinl, ex membro della più nota compagnia dei Momix di Moses Pendleton. Ebbene, Firefly – questo è il titolo dello spettacolo, che andrà in scena anche stasera, 11 marzo – diciamo la verità, non può non far generare nello spettatore qualche impulso a stabilire confronti con l’esperienza dei Momix. E, infatti, potrebbe sembrare una sua brutta copia.

Perché ‘brutta’? Innanzitutto per la regia, che mostra non pochi difetti, a partire dal primo quadro dove, dopo una piacevole coreografia di luci all’interno di palloni gonfiati, sulle note di Everything In Its Right Place dei Radiohead, questi stessi palloni si trasformano in costumi intralcianti; e lo sguardo dello spettatore, anziché rilassarsi nella contemplazione, è disturbato dai ridicoli tremolii del lattice che avvolge le figure umane, soprattutto durante i movimenti più dinamici, facendo pensare che inevitabilmente qualcosa potrebbe andar storto. E difatti, di lì a poco, così sarebbe stato – vedi scoppio improvviso di uno dei palloni.

Lo spettacolo, suddiviso in due tempi, è scomposto in molteplici quadri autonomi, talmente autonomi da contraddire in qualcuno di essi il titolo stesso dello spettacolo, che significa “lucciola”, un chiaro riferimento ai giochi luminosi ed illusionistici – che riprendono in toto il Black Light Theater – veicolati attraverso i corpi dei performer. Cosa c’entra, dunque, la seconda scenetta in cui due performer indossano jeans e giubbotto di pelle?

Più avanti cade in maniera posticcia dall’alto un telo per proiettare ombre cinesi su video animati astratti: tali visioni richiederebbero una purezza impeccabile nelle linee geometriche delle sagome. La purezza, però, è spietatamente infranta dall’intento mancato di rendere omogenee le figure dei danzatori, che hanno capelli disordinati e costumi leggermente differenti.

Tuttavia, c’è del buono (sarebbe il minimo, considerando le esperienze pregresse di Heinl, che vantano oltre che la collaborazione con i Momix, quella con le compagnie di Paul Taylor, José Limòn, Lar Lubovitch, Angelin Preljocaj, David Parsons ed altri). Sono apprezzabili, infatti, le scenette più ironiche, come quella del danzatore immerso nel buio, la cui sagoma pian piano prende forma attraverso il lancio, dalle quinte, di palline di gomma luminose che si attaccano alla superficie corporea; oppure quella in cui viene fatta parodia – anche se non è una grande novità – del famoso quartetto de Il lago dei cigni. Pregevoli sono anche le estasianti danzatrici fluttuanti ‘stile Momix’; i contorcenti corpi che, incastrandosi, vanno a costituire abilmente forme ambigue e dinamiche; i giochi illusionistici (solo dove ‘il trucco c’è, ma non si vede’); per non parlare dell’ultimo quadro, in cui una danzatrice, secondo un’operazione che potremmo definire ‘disegnar danzando’ (non sarebbe filologico, né corretto, parlare di action painting), traccia sulla tela, con un “pennarello” luminoso, il disegno naif di un paesaggio.

Insomma, dopo aver visto Firefly, se ne traggono due conclusioni: numero uno, che la eVolution Dance Theater deve ancora imboccare la strada giusta per ‘evolversi’; due, che ha i mezzi giusti per trovarla.

 

 

 

 

 

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