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24 marzo 2012

Gli sfiorati di Matteo Rovere.

Una Roma che non riesce a concedersi del tutto alla modernità, dai contorni indefiniti e sfuggenti. Piazze, vicoli, lavori in corso. Tutto è in movimento, segnato dal caos del traffico nell’ora di punta. Cartelloni pubblicitari scorrono aggrappati ad autobus che si divincolano in strade troppo strette.

Questa è la città in cui si muovono gli sfiorati del film di Matteo Rovere, esseri alla continua ricerca del proprio io, che vivono in modo inquieto l’esistenza riuscendo a stento ad afferrarla. Si mimetizzano tra la folla, in perfetta simbiosi con la metropoli che li ospita.

Sono una categoria umana e dello spirito, rimangono senza fiato quando una nuova esperienza li travolge tra un evento e l’altro. E sono pronti a viverla fino in fondo.

Il protagonista della storia, Méte (Andrea Bosca), un giovane ed esperto grafologo, rappresenta al meglio questo modo d’essere. Con l’adolescente Belinda (Miriam Giovanelli), un tipo fuori dal comune, enigmatica e facilmente preda delle sue emozioni, in comune ha solo il padre (Massimo Popolizio), ma per lei nutre da sempre una passione nascosta. Quando sono costretti a condividere la stessa casa nella settimana che precede il matrimonio tra i loro genitori, i due vengono a contatto dopo diverso tempo. Potrebbe essere l’occasione per ritrovarsi o perdersi per sempre. Intorno a loro si rincorrono personaggi ansiosi e intimoriti dalla caducità della loro felicità.

Il film di Rovere aggiorna il romanzo di Sandro Veronesi del 1990 da cui è tratto, mantenendone inalterata l’atmosfera. Il regista ha affermato in conferenza stampa di aver trovato molto interessante la possibilità di lavorare con tanti personaggi principali, ognuno col suo carattere ben definito, tratteggiando cosi un universo umano a tutto tondo. Rovere ha sottolineato inoltre l’importanza che riveste la città all’interno della pellicola. Essa è una presenza costante, che osserva la vita delle persone senza mai concedersi del tutto.

I personaggi sono solo di passaggio in luoghi che non possiedono, individui fragili che assorbono tutte le difficoltà della società moderna, che lottano per la loro serenità interiore senza trovare i mezzi per farlo, che si lasciano travolgere dagli eventi. Cercano un loro spazio in un mondo che di spazio non ne dà. Sono impulsivi, e si rendono conto delle loro azioni solo dopo averle commesse.

Sicuramente l’aspetto più interessante del film è rappresentato proprio dai personaggi e dalla bravura degli attori che li interpretano.

Su tutti Claudio Santamaria, che riesce a infondere un forte senso di realtà al suo Bruno, collega grafologo di Méte, caratterizzandolo in tutta la sua precarietà interiore. È in lui che possiamo immedesimarci. Egli è l’unico personaggio che rischia il fallimento totale, economico e sentimentale, ed il solo che sembra avere uno sguardo lucido su ciò che gli accade intorno. Magnifica la sequenza surreale in cui, impacciato, si ritrova ubriaco sotto le luci psichedeliche di una discoteca.

Asia Argento, dal canto suo, ci regala una splendida prova nei panni di una PR tipicamente romana, annoiata dalla vita, che vive la Roma notturna delle feste borghesi, sempre alla ricerca di un futuro ex fidanzato da far scappare con i suoi racconti ammorbanti di vita vissuta. Semplicemente soave la sua interpretazione.

Vanno fatti i complimenti anche al protagonista, Andrea Bosca, che convince lo spettatore apparendo completamente a proprio agio nelle vesti del tipico trentenne di oggi che non riesce ad avere una chiara idea del suo futuro.

Brava, oltre che molto bella, la co-protagonista, Miriam Giovanelli, perfetto connubio di dolcezza e sensualità che raramente è presente sul grande schermo. Il suo è il personaggio più “sfiorato” del film, e, seppur nella sua apparente immobilità (non esce mai di casa), quello che fa muovere l’intera storia.

Nulla da dire nemmeno all’esuberante Michele Riondino, a Massimo Popolizio, un po’ gigione ma sempre equilibrato, e ad Aitana Sánchez-Gijón, elegante come al solito.

Ciò che forse convince meno è la storia che manca di un mordente che appassioni in modo totale lo spettatore. Anche se il regista predilige un andamento narrativo di ampio respiro, sembra di trovarci ugualmente di fronte ad un film di Gabriele Muccino, con le sue ambientazioni borghesi che, francamente, cominciano ad essere poco interessanti.

Nella loro fragilità interiore, le anime in pena che si muovono sullo sfondo di una Roma sofisticata, hanno comunque alle spalle una situazione economica favorevole che permette loro di continuare a vivere con una sicurezza di base. E questo, in tempo di crisi, non è un elemento da poco, dato che a stento il pubblico si rivede nelle situazioni vissute dai protagonisti del film.

VOTO: 7

Tratto dall’omonimo romanzo di Sandro Veronesi
Titolo Originale: Gli sfiorati
Paese / anno: Italia / 2011
Regia: Matteo Rovere
Sceneggiatura: Laura Paolucci, Francesco Piccolo, Matteo Rovere
Fotografia: Vladan Radovic
Scenografia: Alessandro Vannucci
Costumi: Monica Celeste
Montaggio: Giogiò Franchini
Produzione: Fandango in collaborazione con Rai Cinema
Durata: 111 minuti
Data di uscita: 2 marzo 2012
Interpreti: Andrea Bosca, Miriam Giovanelli, Michele Riondino, Claudio Santamaria, Asia Argento, Massimo Popolizio e Aitana Sánchez-Gijón

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