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28 marzo 2012

La famiglia: il modello sacrificante

Nell’articolo precedente, abbiamo analizzato il modello iperprotettivo della famiglia, ed ora affrontiamo, sempre all’interno dell’excursus di Giorgio Nardone, un ulteriore modello, quello sacrificante.

Prima di affrontare l’analisi di questo modello di famiglia, è necessaria una breve precisazione sul termine sacrificio, perché esso assume significati diversi in base al contesto di riferimento e alla disciplina che lo utilizza.

Per esempio, secondo la prospettiva antropologico-mentale, il termine sacrificio (da sacer, sacro e facere, fare) indica quell’insieme di azioni ed operazioni mentali con le quali “si desidera rendere sacra una preferenza scelta, tale appunto da renderla eterna, come se appartenesse a Dio”. Dunque, quando, per esempio, si sceglie una compagna oppure un compagno per tutta la vita, tale scelta deve essere mantenuta preferendola ad ogni altra, ossia sacralizzandola, ogni giorno, appunto per renderla eterna, cioè durevole quanto più a lungo possibile.

Invece, secondo una prospettiva più comune ed anche psicologica, il termine sacrificio ricade in quei comportamenti nei quali si verifica la mancata realizzazione dei propri desideri, con una costante accondiscendenza ai desideri e bisogni altrui (Nardone G., Giannotti E., Rocchi R., 2010, Modelli di famiglia, TEA Edizioni, Milano).

Giorgio Nardone, nella analisi di questo modello, attribuisce al termine in questione il secondo significato, evidenziando dunque che, in questo caso, si possono avere almeno tre diverse modalità sacrificali da cui derivano tre tipi di famiglie, comunque votate al sacrificio sia pure attraverso strategie differenti: “a), la coppia si assesta su una relazione complementare con una apparente posizione di inferiorità del componente che si sacrifica, «l’altruista», e una apparente posizione di superiorità dell’altro, «l’egoista», che usufruisce dei benefici derivanti dai sacrifici dell’altro. Diciamo apparente perché la carta del sacrificio può essere giocata anche per dominare la relazione; b), è presente una gara fra chi si sacrifica di più in vista di obiettivi esterni (…) [lavorare fuori casa, sposarsi, oppure comprarsi una casa]. Ogni occasione diventa motivo di rinunzia a vivere un piacere presente, con l’alibi di aumentare il piacere futuro; c), l’oggetto del sacrificio non si sente a proprio agio, aggirando le resistenze del «martire» crea per lui occasioni di soddisfazioni, piano piano lo abitua a ricevere, inizia così una funzionale alternanza reciproca (…)”(Nardone G., Giannotti E., Rocchi R., idem:81).

Gli argomenti delle comunicazioni interne alla famiglia ruotano quasi sempre attorno al punto centrale secondo il quale il dovere dei genitori è quello di sacrificarsi, perché il piacere maggiore deve essere quello dei figli come quello del coniuge, quando non addirittura quello di parenti e amici. Tutti possono e devono stare meglio, tranne l’altruista.

Ecco perché le parole più ricorrenti all’interno di questo modello di famiglia sono “sacrificio”, “dovere” e “privazione”. Tali termini si esplicitano specialmente quando l’altruista si trova a lamentarsi perché coloro che gli/le stanno vicino/a non capiscono il valore del suo sacrificio per il bene comune, esprimendo in questo modo anche tutta la sua delusione.

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Questi argomenti possono talvolta diventare una vera e propria visione del mondo, quando venga applicata anche ai comportamenti altrui. Si tratta del caso in cui sentiamo affermare che tutti i genitori che non possiedono questo sentimento di sacrifico trascurano i figli, le loro esigenze e i bisogni. In questi casi, è possibile persino trovare genitori che pensano al divertimento, oppure alla spensieratezza, in modo talmente contraddittorio da credere che se dovessero lasciarsi andare sarebbero gravemente puniti.

Una conseguenza probabile di queste convinzioni, peraltro assai ben radicate nelle famiglie sacrificanti, è quella di andare incontro a malattie immaginarie incurabili, secondo lo schema mentale di un futuro che si presenta sempre più precario e organizzato per accogliere la sofferenza, le disgrazie e le epidemie.

Secondo John Elster (1979, Ulysses and the Sirens, Cambridge University Press, Cambridge, trad. it. 1983, Ulisse e le sirene. Indagini sulla razionalità e l’irrazionalità, Il Mulino Editore, Bologna) essere altruisti significa condurre relazioni sociali in cui alcuni individui danno ed altri prendono, e questi ultimi individui sono appunto dall’autore definiti “egoisti insani”, perché vivono su coloro che danno.

In effetti, sulla base delle considerazioni di Elster, gli egoisti insani riescono a determinare la politica interna ed estera della famiglia nella quale sono inseriti, perché si trovano in una posizione privilegiata, in quanto sono sempre nelle condizioni di fare sentire gli altri membri della famiglia in colpa oppure in debito, secondo un alternarsi ricattatorio di crediti e debiti, giocando appunto sul ricatto morale.

In questo modello, troviamo così genitori che danno senza che i figli espressamente chiedano ciò che sono poi costretti ad accettare, pena una situazione imbarazzante, a volte anche aggressiva, nella quale i genitori si arrabbiano e tacciano i figli di spudorata ingratitudine. E quando i figli invitano i genitori a rendersi preziosi e dare solo quando i figli chiedono espressamente, sembrano cadere dal cielo e non comprendono assolutamente il senso di una richiesta che giudicano appunto assurda, visto che nelle loro convinzioni comportamentali rimane inalterato lo schema sacrificante.

Alessandro Bertirotti

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