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29 marzo 2012

Onryo: tra mitologia shintoista e reinterpretazioni moderne

Una particolare curiosità verso le leggende del Paese del Sol Levante giunge dall’editoria. E’ uscita a gennaio, infatti, una nuova raccolta (collana editoriale “Urania”) intitolata “Onryo, avatar di morte”. E’ composta da racconti che riguardano principalmente antichi miti e leggende di fantasmi giapponesi, reinterpretati in chiave moderna. Sul retro della copertina del volume, si legge: “In piena rivoluzione informatica, nel mondo tecnologico gli esseri inquietanti che la tradizione chiama onryo si manifestano ancora.” Cosa sono, però, questi onryo e perché dedicarvi un’intera raccolta di racconti?

Si tratta di spiriti mitologici (principalmente femminili) che appartengono al folklore giapponese e che vengono tormentati da emozioni molto intense fino ad essere in grado di ritornare nel mondo dei viventi per tentare di portare a termine la propria vendetta. Il loro unico scopo è quello di ripagare con la stessa moneta coloro i quali li hanno resi vittime di ingiustizie e prevaricazioni in passato, provocando la loro prematura dipartita.

Il mito si può far risalire all’ VIII secolo, nonostante le sue origini siano incerte, e si basa fondamentalmente sull’idea che le anime furiose e potenti dei morti possano effettivamente influire sul mondo dei viventi. Deriva probabilmente da un’altra leggenda contenuta nel Kojiki (un antico libro che narra la storia e la mitologia del Giappone a partire dalla sua creazione), secondo la quale la dea Izanami, una volta deceduta, fu in grado di maledire il mondo dei vivi anche se aveva ormai raggiunto lo Yomi (una realtà sotterranea in cui, secondo la mitologia shintoista, andrebbero ad  abitare e a decomporsi i morti per il resto dell’eternità).

Gli onryo vengono spesso rappresentati e descritti come anime vestite con kimono bianchi, che portano capelli incolti, lunghissimi e neri come la pece e che, in teatro, vengono truccate in un modo particolare, chiamato aiguma (un trucco bianco e blu usato per rappresentare entità maligne nel teatro kabuki).

Pur essendo quasi del tutto sconosciuti al mondo occidentale, gli onryo sono in realtà l’ispirazione fondamentale di innumerevoli pellicole e romanzi dell’orrore. Nonostante agli occhi del pubblico occidentale il J-horror sia una tendenza relativamente recente, comparsa quasi dal nulla nel 2002, in realtà si tratta di trasposizioni di leggende millenarie.
Si prenda, ad esempio, il film “Ringu” (“The Ring”): in pochi sanno che il regista Hideo Nakata ha chiaramente ed esplicitamente voluto rendere omaggio all’onryo Oiwa (protagonista del fortunatissimo “Yotsuya Kaidan”, una storia di omicidi, tradimenti e vendetta) con il personaggio di Sadako, che appare quasi identica a tutte le rappresentazioni e descrizioni dell’antica musa che ne ha ispirato il creatore. Anche nel film “Ju-on” (“The Grudge”), nella scena in cui Hitomi sta guardando la televisione, il presentatore di uno show televisivo si trasforma in una donna dagli occhi di dimensioni deformate e raccapriccianti, una delle caratteristiche di Oiwa; per non parlare di Kayako Saeki, il fantasma del film, anch’essa con prerogative di poco diverse. In realtà, tutto il genere del J-horror cinematografico si rifà per la maggior parte alla storia degli onryo accecati dalla furia.

In ambito letterario, uno dei racconti contenuti nella raccolta “Onryo, avatar di morte” e anche uno dei più rappresentativi dell’indubbia influenza che la mitologia giapponese ha avuto sui racconti dell’orrore è “Barocco Kaidan” di Massimo Soumarè, basato, come si può intuire dal titolo, sul già citato “Yotsuya Kaidan”.

Consiglierei, dunque, la lettura di quest’affascinante e curioso libro a chiunque voglia tuffarsi in un ambiente infestato da spiriti, demoni ed entità maligne, pronti a dimostrare quanto esseri deboli e indifesi in vita possano dimostrarsi crudeli e spietati vendicatori una volta giunti nell’aldilà. Al termine della lettura ci si ritroverà sicuramente più consapevoli di quelle che sono le origini di un genere che continua a incuriosire e ad affascinare il mondo da millenni.

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