• Google+
  • Commenta
13 aprile 2012

Il silenzio dei colpevoli. Lo Stato ordinò di torturare i brigatisti

La lotta alle Br non fu la lotta di un Paese democratico ma la lotta di un Stato di Polizia, che usò il terrorismo per debellare il terrorismo in una sorta di macabro “chiodo scaccia chiodo”.

Se n’è parlato sempre poco, spesso male. Oggi se ne parla un po’ di più, e speriamo meglio.

Una storia che ancora tiene banco, malgrado gli insabbiamenti, malgrado le archiviazioni, malgrado la disinformazione. Allora raccontiamola o almeno proviamoci.

Erano gli anni a cavallo tra la fine dei ‘70 e l’inizio degli ’80. I cosiddetti “anni di piombo”. Gli anni delle violenze di piazza,della lotta armata, del terrorismo. Gli anni delle Brigate Rosse, di Alberto Franceschini, Renato Curcio, Margherita Cagol, ma anche gli anni del vicequestore Umberto Improta,  capo del pool antiterrorismo voluto dal Viminale per sgominare le Br, e del suo braccio destro, Nicola Ciocia, soprannominato dallo stesso Improta “Professor De Tormentis”, l’uomo incaricato di far cantare i brigatisti, e senza troppe cortesie (come suggerisce l’amorevole nomignolo).

Estorcere informazioni, indurre alla delazione, annientare l’identità personale e politica.

Una ricetta semplicissima quella del Professore, “fascista mussoliniano. Per la legalità”” (sono parole sue), professionista della tortura, e in particolare del waterboarding, una forma di annegamento controllato, consistente nella somministrazione coatta di acqua salata che provoca alla vittima la sensazione dell’annegamento e, spesso, anche gli effetti.

Oggi Ciocia è un oscuro pensionato di 78 anni, burbero, all’apparenza anche un po’ rincoglionito (dicono). Vive a Napoli, beatamente rinchiuso nella sua villa su al Vomero. Parla poco ed esce ancora meno. Colpa di un cuore malandrino che, spietato, chiede il conto di una vita indubbiamente trascorsa sopra le righe.

Ma occhio! Per quanto decrepito e rimbambito possa sembrare, il nostro uomo sa ancora come dribblare con consumata maestria le penne appuntite di tutti i poveri illusi che provano ad incastrarlo a colpi d’inchiostro.

Ammette e non ammette. Affabula e delude. Ride e poi sbotta. Ti frega col silenzio, t’incarta, s’incarta. Una maschera perfetta, di una teatralità assurda. La maschera dello sbirro d’acciaio, tutto d’un pezzo, tutto casa e ragion di Stato!

E quando gli si chiede il perché di un soprannome tanto “cruento”, lui risponde sardonico, confidando che gli è stato affibbiato “per scherzo, quando ci si rilassa nei tempi morti”. Quelli tra una sevizia e l’altra, magari.

E nulla importa che a confermare le violenze siano stati non solo brigatisti o presunti tali (Enrico Triaca, Ennio Di Rocco, eccetera,  tutta gente che ha assaggiato le purghe del Porfessore e delle sue squadracce), ma anche funzionari “pentiti” come l’ex commissario Salvatore Genova, che ha confermato il nulla osta ricevuto dallo Stato per botte e sevizie. Ma il Prof De Tormentis respinge tutto al mittente: quello di Genova è solo il risentimento di un collega “che non ha la cognizione di quello che significa stare in polizia”.

Lui, invece, lo sa bene. Lui le idee le ha sempre avute chiare, scolpite nella sua testa di “umile servitore dello Stato”: “io ho fatto il mio dovere nell’interesse dello Stato, e metto in conto anche le critiche in malafede […] Le Br hanno fatto stragi, e avrebbero continuato se non fossero state debellate da una azione decisa dello stato”.

È un osso duro, Ciocia. Dice e non dice. Ma forse la verità è proprio in questi non detti, nelle sue risposte secche e seccate, sempre uguali e che proprio per questo puzzano di quel “chiuso omertoso” tipico di una mentalità intimamente fascista, ottusa ed indottrinata:  “Bisogna avere stomaco per ottenere risultati con un interrogatorio. E bisogna far sentire l’interrogato sotto il tuo assoluto dominio. Non serve far male fisicamente. Io in vita mia ho dato solo uno schiaffo a un nappista che non voleva dirmi il suo nome”.

Povera stella. Lui non ha mai torto un capello a nessuno, lui adora le mosche. Dopotutto “non si può affermare che torturavamo i brigatisti, facendo passare noi per macellai e loro per persone inermi”. Dopotutto “la lotta al terrorismo non si poteva fare con il codice penale in mano”. Dopotutto “lo Stato era in guerra e si attivò per difendere la democrazia. I macellai erano loro, non noi”.

Quali violenze, quali metodi, quali pratiche! Tutto falso! Davvero strano per uno che diceva che la “tortura è l’unico modo, soprattutto quando ricevi pressioni per risolvere il caso», che quelli dell’Ave Maria (una delle sue due squadre speciali) esistevano, erano miei fedelissimi che sapevano usare tecniche “particolari” d’interrogatorio, a dir poco vitali in certi momenti”.

Non è certo colpa sua se Genova e i suoi sono dei polli: “Vollero strafare, tentarono di imitare i miei metodi senza essere sufficientemente addestrati e così si fecero beccare”Polli. Salvatore Genova e i suoi quattro altri poliziotti, tutti arrestati con l’accusa di aver seviziato Cesare Di Lenardo, uno dei cinque carcerieri del generale americano James Lee Dozier, sequestrato dalle BR il 17 dicembre 1981 e liberato dalla polizia il 28 gennaio 1982.

Un pollo, Genova, che non solo s’è fatto sgamare ma ha pure spiattellato tutto: “Sono responsabile (ammette), ma furono ordini dall’alto!”. Un incarico delicato, come racconta l’ex commissario, bisognava fare bella figura. Dopotutto c’era lui, Improta, a garantire per tutti e a benedire l’operazione.

Genova non era che un mezzo manovale. Uno da lavoro sporco. Lui preparava i “pivelli”, gli “agnelli” da sacrificare al Professore, li conciava per le feste, li ammorbidiva, li “disarticolava” per essere più precisi, faceva infilare tubi in bocca e manganelli in ogni orifizio.

Bisognava trovare Dozier. Cercare la verità ad ogni costo! E quale nascondiglio migliore della vagina di Elisabetta Arcangeli, la Br compagna di RuggeroVolina.

La  legano nuda, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina. Volina che è lì, si ribella. Ha paura per la vita della sua compagna ma non può nulla.  Un colpo allo stomaco, poi il buio. Volina vuota il sacco e scatta l’emulazione, la caccia agli “stronzi”, le “ripassate”.

Un delirio contagioso. Gruppi della celere che si fanno chiamare con fantasiosi nomi di battaglia  (es.“Guerrieri della notte”) pestano, stuprano, seviziano. Alcuni poliziotti giocano a  fare  i torturatori, usano acqua e sale senza neppure conoscerne i rudimenti dell’arte, si fanno vedere, vengono denunciati (spesso dai loro stessi colleghi). Piovono le denunce. Tutte prescritte. Prescritti i carnefici, prescritte le violenze, prescritta la vergogna.

Un silenzio assordante, che ancora spacca i timpani. Il silenzio dei colpevoli. Il silenzio di tutti i Ciocia d’Italia, cui rispondiamo colle parole che  Enrico Triaca, il tipografo delle Br, ha voluto indirizzare, qualche tempo fa, proprio a Ciocia:

Stia tranquillo «Professore» non le succederà nulla, i reati sono tutti prescritti, il suo Stato continuerà a difenderla. Lo faccia un gesto dignitoso per una volta nella sua vita giunta agli sgoccioli, non ha nulla da perdere, non la sua carriera ormai conclusa, non il suo nome ormai noto.
Io da parte mia le assicuro che non la morderò, non la guarderò con rancore, «Professore», lei mi è del tutto indifferente. Qui non si tratta di trovare un colpevole, di capire chi è il macellaio e chi la vittima, ma di ripristinare una verità Storica, e questo, caro «Professore», dovrebbe essere il suo imperativo come funzionario di Stato che ha giurato sulla Costituzione. Non lasci questa terra da vigliacco. Sono altri i silenzi che fanno rumore, sono quelli di chi le ha dato gli ordini, sono quelli di chi in silenzio, aqquattati nell’ombra aspettano che passi la bufera parlando di Democrazia, Costituzioni e Stato di Diritto”.

 

Google+
© Riproduzione Riservata