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13 aprile 2012

“MACADAMIA NUT BRITTLE”: dopo il successo europeo, la coppia Ricci-Forte approda a Napoli

“MACADAMIA NUT BRITTLE”– Per un finesettimana all’insegna del teatro d’avanguardia (23/3-25/3), il duo Ricci-Forte ha presentato al teatro Galleria Toledo il suo nuovo lavoro “Macadamia Nut Brittle” , una denuncia senza sconti sull ’inettitudine dei giovani a vivere l’amore -e non solo- in un’epoca dove i sentimenti sono plastificati da soap opere televisive e social network. La violenza è l’unico elemento che prevale in questo mondo preconfezionato, l’unico che esplode dietro emozioni apparentemente intense ma in realtà povere e scarne.

L’ETÁ DELLA CRISI– L’adolescenza, con tutta la confusione emotiva che comporta, viene rappresentata sul palco attraverso molti monologhi, rarefatti dialoghi e selvaggi contatti tra i quattro personaggi che calcano la scena (valentemente interpretati da Anna GualdoAndrea PizzalisGiuseppe Sartori Mario Toccafondi); schiaffi e sputi sono accompagnati da dolcissime parole cariche di adorazione:  è il paradosso della brutalità scambiata per amore, dell’intramontabile passione per il proprio carnefice che caratterizza tutto quell’universo di masochismo nel quale la maggior parte dei giovani cade;  è il senso di morte che aleggia attorno alle persone che preferiscono stordire il cuore annegando nei sensi pur di non percepire quell’ “insostenibile leggerezza dell’essere”.

“È AMORE IMPOSSIBILE QUELLO CHE MI CHIEDI”– Il linguaggio utilizzato dai due drammaturghi è poetico ma non altisonante e rinuncia ai tipici paragoni tra nobili sentimenti umani e natura, poiché  l’amore – il sentimento più puro per antonomasia- non riesce più ad elevare l’uomo al firmamento  ma rimane fisso su questo mondo, riuscendo ad essere parafrasato con grande forza espressiva solo attraverso il riferimento agli oggetti più comuni, come nel caso delle “labbra che diventano una cerniera lampo arrugginita dall’emozione”.  Tuttavia indeboliti come ci sentiamo dalle delusioni che derivano dal rischio di amare davvero,  alla fine smettiamo di essere persone fatte di carne e decidiamo di trasformare la nostra pelle in lattice, anestetizzandoci al dolore e rimanendo indifferenti al bisturi di un sentimento così grande. Dal palcoscenico arriva quindi al pubblico un quadro di disperazione senza vie d’uscita.

LA VIOLENZA, PUR DI COMUNICARE– La ricerca orgiastica di corpi da sfregare, di idoli da imitare è la spia di una debolezza  che diventa  forza effimera solo attraverso la violenza, sia essa indirizzata a se stessi o agli altri. Non è un caso infatti che i gesti e le azioni tra i protagonisti  -a differenza dei monologhi nei quali ci sono degli spiragli di “dolcezza”- siano continuamente aggressivi, feroci, brutali, fino a diventare veri e propri maltrattamenti, quasi a dimostrare l’incapacità di interagire diversamente; da questo eterno contrasto tra dire e fare, sentire e agire, viene a galla l’impossibilità di comunicare. E tutto ciò che rimane in questo calderone di trepidazioni e suggestioni, alla fine, è “un’esistenza di fumo”. 

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