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14 Maggio 2012

Dal judo al teatro all’arte: Yves Klein in mostra a Genova

 

“Judo e Teatro. Corpo e visioni.”. Nel mondo occidentale, il judo e il teatro possono sembrare apparentemente due forme d’arte inconciliabili, ma il “secolo breve”, durante il quale spesso gli artisti hanno sperimentato la contaminazione con altri linguaggi, ha dimostrato più di una volta che non è così. Ce l’ha dimostrato la danza (in questo senso, ne è un esempio il fenomeno americano Steve Paxton, allievo del padre della postmodern dance, Merce Cunningham), ma anche a suo modo l’arte figurativa del secondo Novecento, con il poliedrico artista Yves Klein. Proprio su Klein, il prossimo 3 giugno sarà accessibile una mostra che porta il titolo citato all’inizio dell’articolo – realizzata a partire da un’idea di Sergio Maifredi, uomo di teatro e cintura nera di judo (come anche era, d’altronde, lo stesso artista) – per ricordare la sua scomparsa, avvenuta prematuramente (a soli 36 anni) esattamente 50 anni fa.

La mostra si terrà a Genova, presso il Palazzo Ducale, dove saranno esposti e consultabili documenti, oggetti, immagini e video, testimonianze inedite provenienti dagli Archivi Klein di Parigi e da gallerie private. Saranno presenti, inoltre, alcune opere della moglie dell’artista (Rotraud Uecker) e, nella Cappella del Palazzo, sarà possibile ascoltare il brano musicale Monotone Symphony, composto dallo stesso Klein; esperimento che consiste nell’esecuzione di una sola nota ripetuta per 24 minuti, seguita da altrettanti minuti di silenzio. Il silenzio, come il vuoto – su cui lo stesso artista elaborerà una sua peculiare poetica – in arte non sono mai elementi insignificanti, al contrario. La filosofia orientale, soprattutto il Buddhismo zen, considera il silenzio e il vuoto momento e spazio dentro il quale è possibile entrare in contatto intimo con se stessi e con la propria sensibilità, come dimensioni che si offrono all’immaginazione dell’artista. Klein nutriva una fortissima passione per l’Oriente e per la stessa filosofia zen, che ebbe un’influenza enorme sul dadaismo – dal quale Klein, per un periodo della sua vita, si sentì particolarmente attratto.

È in seguito a un viaggio in Giappone che scoprì che il judo e l’arte potevano avere a che fare con lo stesso strumento: il corpo. Precursore, in un certo senso, della Body Art e del genere artistico della performance, Klein, infatti, si è dedicato, tra le innumerevoli cose, alle “Antropometrie”, particolari opere che consistevano in tele impregnate di macchie, impronte e scie lasciate dal corpo e dai movimenti di modelle “intinte” nel colore (soprattutto il suo originalissimo “International Klein Blue”, un blu oltremare molto luminoso). L’idea che esprimeva attraverso questo linguaggio era la possibilità – e qui non può esserci legame più forte con il judo e le arti performative – di risalire alla matrice del movimento, alla sua intensità e alla sua velocità, fino al pensiero che l’ha generato.

 

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