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13 Maggio 2012

Grillo e i tecnici: la stessa retorica?

Beppe Grillo

Sulla scia dei recenti risultati elettorali, e alla luce del consenso ottenuto dai Movimento 5 Stelle, il panorama politico si presenta sempre più variegato (anche se qualcuno direbbe disgregato) ed eterogeneo. Fuor di polemica, però, e senza entrare nel merito dei contenuti, è possibile fare una qualchelettura complessiva del linguaggio della politica oggi in Italia?

Grillo

Grillo

Se fino agli anni ‘80 il discorso politico è estremamente sofisticato dal punto di vista retorico, un politichese denso di ideologia e intriso di sotto-messaggi alle avverse parti politiche, nel ’92 con gli scandali di “mani pulite” si è avuto un radicale cambio di registro. Proprio in conseguenza del quel profondo discredito, netta è la scelta della classe politica di liberarsi di quell’alone tecnico-specialistico del linguaggio, percepito ormai non più come un segno di competenza e professionalità ma come un mezzo atto a celare i veri intenti della politica.

Le forme che ne derivano sono quelle che tutti conosciamo e che si ispirano al marketing politico (a sua volta debitore del political advertising americano). Il politichese si trasforma così in un linguaggio informale, sempre più simile a quello pubblicitario; ed è proprio in questo contesto che entra il scena la Liga Veneta-Lega e la sua capacità di utilizzare il linguaggio come strumento di rivendicazione (e aggregazione) identitaria. Slogan ad effetto, uso del dialetto, linguaggio anti-intellettuale e sintassi semplificata divengono i tratti caratterizzanti di quello che alcuni antropologi hanno  definito essere un linguaggio tribale (Aime, Le verdi tribù del Nord, Laterza).

E veniamo così alla scena politica attuale. Con la fine dell’era berlusconiana e l’avvento del governo tecnico, ecco tornare in auge un linguaggio, appunto, tecnico, carico di quel prestigio e di quell’aura di sapienza di cui godono i linguaggi delle scienze. Un linguaggio che si pone come neutrale, totalmente asettico e slegato da chi lo pronuncia; un discorso il cui andamento pacato si vuole privo di alcun artificio retorico.

La pretesa di assoluta trasparenza, ossia il porsi come un’assenza di mediazione dei contenuti, è però già di per sé una forma di retorica: quella retorica del “matter of fact” di cui ha scritto Swales (Genre Analysis, Cam. Univ. Press) a proposito del linguaggio scientifico. Un porsi come oggettivo e neutrale che, lungi dal potersi considerare mera descrizione del mondo, consisterebbe invece in una complessa rielaborazione retorica: la costruzione di una specifica forma dell’argomentare.
In continuità con la scelta che era stata quella della Lega nei tempi della sua ascesa, e su un terreno di uguale discredito della classe politica amplificato dal fattore crisi, si colloca Grillo e il suo parlare.  Il linguaggio colorito, l’invettiva spesso feroce e la capacità di rendere accessibili questioni spesso di straordinaria complessità sono risultati essere un’arma vincente, capace di interpretare la diffidenza verso la politica, da una parte, e verso i “tecnici”, dall’altra.

La sua retorica gioca, a contrario, su almeno due aspetti fondamentali caratterizzanti i linguaggi tecnico-specialistici. Il primo è rappresentato da quella che si chiama funzione identitaria: il ruolo che l’uso di un certo linguaggio gioca nel riconoscersi in uno specifico gruppo socio-culturale di parlanti. Il discorso “da bar” diviene cioè un modo per discostarsi dai politici di professione (o dai tecnici della politica) e schierarsi dalla parte del popolo. In questo senso il discorso di Grillo, come prima quello della Lega, è certamente populista: è scelta comunicativa atta a tradurre e sottolineare la propria appartenenza.

Vi è poi un secondo punto rilevante: la capacità di ribaltare l’immaginario comune proponendo un’idea di tecnicità del linguaggio che diviene segno non dell’autorevolezza di chi parla bensì indice dei suoi secondi fini, una sorta di richiamo all’Azzeccagarbugli manzoniano. Se certamente i discorsi di Grillo sono più accessibili alla gente, non ritroviamo qui una maggiore trasparenza ma solo una forma argomentativa che attinge ad un differente mito della trasparenza. Il discorso si regge allora non sull’autorevolezza di chi si rifà ad un sapere specializzato ma sulla fiducia immediata suscitata dal “parla come mangi”: un dire che va diretto al punto senza artifici o costruzioni.

Non diversamente da come il linguaggio dei tecnici della politica si pone come semplicemente descrittivo, e quindi neutrale, il linguaggio popolare si presenta come “ingenuo“: non voluto e costruito per la sua forza comunicativa bensì spontaneo. Questa spontaneità è però sempre la forma retorica di un dire la cui strategia argomentativa consiste nel presentarsi come mera traduzione della realtà priva di qualunque mediazione.

In definitiva, la dimensione retorica, imprescindibile per qualunque discorso politico, sembra manifestarsi oggi come un persuadere nella veste del cancellarsi. Ci troviamo quindi confrontati coma una sorta di “retorica della non retorica” che mira a presentare i contenuti come un “dato di fatto”, come se il linguaggio non traducesse una visione del mondo ma potesse coincidere con il reale. La questione che solleva il linguaggio della politica oggi riguarda, allora, non tanto i “toni” del discorso quanto come si venga a configurare un principio democratico quale quello del confronto e del dibattito ove il discorso politico si fondi sulla retorica del “dato di fatto”.

Selene Parigi

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