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27 maggio 2012

Le Isole di Stefano Chiantini

Quello che sorprende alla prima visione del film Isole di Stefano Chiantini e la freschezza delle immagini, quasi come se quel mare delle Tremiti, accarezzato e amato dalle inquadrature del regista, infonda tutta la sua energia soave alla pellicola e agli attori. La purezza e la gioia espresse dall’acqua pervadono lo spettatore grazie alla magnifica fotografia e alla regia che non incalza ma accompagna i suoi protagonisti come un amico attento e fidato che ti guarda le spalle ed è sempre presente ma mai invadente.

La trama è presto detta, è lo stesso Chiantini con poche e semplici parole a descriverla “l’incontro tra due esseri umani che attraverso la loro sensibilità trovano riscatto e dignità per la loro esistenza.” Martina, Asia Argento, ha deciso di smettere di parlare oramai da diverso tempo. Il mondo intorno a lei la considera pazza, solo don Enzo, un bravissimo Giorgio Colangeli, rispetta la sua scelta frutto di un dolore che toglie il fiato e anche la parola. Nella loro vita entra un giorno per caso Ivan, l’attore ceco Ivan Franek, un immigrato clandestino che viene accolto da Martina e Enzo nella loro casa e nelle loro fragili vite.

Il titolo è quanto di più perfetto ci possa essere per descrivere queste tre solitudini, tre isole appunto, che si incontrano. La bellezza del film è tutta nello scandagliare i sentimenti di questi essere umani rifugiati in loro stessi che si isolano dalla società comune per vivere dignitosamente il loro dolore e il loro essere. Il film sembra dire che ciascuno ha il diritto di essere ciò che è, anche se non capiamo il perché di azioni e reazioni.

Molti hanno parlato di questo come un film sulla mancanza di comunicazione, ma i protagonisti ci insegnano che non serve la comunicazione per capirsi, o almeno non serve farlo nel modo in cui tutti siamo abituati a farlo, basterebbe donare accettazione e lasciare libero il cuore di ascoltare. Mentre Martina vive in silenzio, don Enzo parla, di poche parole ma dice sempre ciò che vuole o meno, eppure la sorella non lo riesce a comprendere. Questo è il punto, l’accettazione: perché senza di essa non si può essere liberi di parlare né di ascoltare.

La scelta del lavoro di Martina è la perfetta metafora di tutto questo. La silenziosa ragazza si prende cura delle api, un animale di cui l’uomo si serve ma che, come ha sottolineato lo stesso Colangeli, “l’uomo utilizza senza snaturare“, accettandolo loro per quello che sono.

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