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19 Maggio 2012

(Ri)leggere un classico : Linea d’Ombra di Joseph Conrad

Sembrerebbe quasi impossibile pensare ai lavori di Joseph Conrad,come stanchi,metalici e affannosi,eppure quand’egli sfugge ai racconti del verde orizzonte marino,  con trepidi mari del Sud e sudice imbarcazioni mercantili, lo scrittore fatica ad entrare in “penna”. Perchè al contrario nelle sue prove migliori, egli attinge ad uno fondo di memoria e d’emozione che lo si può chiamare col titolo di uno  dei suoi romanzi  ” Gioventù“, in cui c’è una reale trascrizione del volto stesso della vita dei primi anni da marinaio; e sarà proprio la sua natura esotica a far dei migliori capolavori ,proprio quelli dei cosiddetti “del viaggio“,  le sue anime solitarie nella plaghe di oceani vissuti.

Ogniqualvolta sovviene il luogo insolito, la sonnolenza di rottami umani in cerca di ombra ,oppure cupi pensieri che annuvolano solitari capitani in bilico tra terra e mare, Conrad ne fa passare tutto il brivido,restituendo quel sentore dolce di chi sceglie di solcare i mari,nel  qual sembri velare una monotona vela nostalgica e introspettiva, mentre sottace il colore l’atmosfera del suo presente. E qui Linea d’Ombra fa tutt’uno con lo stesso autore. L’intrecciarsi del paese esotico con il calore del cuore di Conrad, trasuda il poetico,filtrando con espediente che fa si di ritrovarsi in continue rievocazioni, sensazioni, un ciarlare comune di vecchi dagli ostili ricordi, notti insonne di capitani improvvisati – come fosse un vecchio ad introdurre storie passate,ardori giovanili tendenti all’avventura al piacere per essa.

Nella scrittura conradiana non ci si ricorda mai di un personaggio o dell’evento,ma l’ostacolante sensazione che impaccia nel bilico del tortuoso mentre un sogno vampa all’orizzonte, condizione ideale     dell’appello umano travestito in chiave  pudica e di pietà che zoppica nell’incestuosa e stoica rassegnazione. Una compassione che per molti è da attribuire alle sue origini slave. Fondamentale sradicare Conrad da un pietismo che potrebbe ricordare quello di un Tolstoj o Dostoeskij dediti ad un etica morale e religiosa ,di cui egli è alieno,non a caso i suoi russi preferiti erano i Cechov e i Turgenev. Nè è da tradurre  con un’emancipazione voluttuosamente umiliante, lo scrittore crescendo in ambienti anglosassoni porta con sè un pietas ironica dell’alter ego della vita. Un servizio come ispira Pavese,da vero Gentlman .

Un coraggioso.

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