• Google+
  • Commenta
4 giugno 2012

Cancro: Combattere la paura con le arti marziali

È il progetto pilota partito al Bambino Gesù di Roma per portare il karate tra i bambini affetti da tumore. I promotori sostengono: “Le arti marziali aiutano a combattere i sintomi e a ritrovare la fiducia”.

Il progetto kids kick cancer (letteralmente tradotto “i ragazzi prendono a calci il cancro”) nasce negli USA una decina di anni fa. Tale esperienza è stata portata per la prima volta in Europa dalla Kids Kicking Cancer Italia onlus. Gli esperti hanno spiegato alla presentazione dell’iniziativa nella struttura ospedaliera romana, che tale progetto negli USA ha dato ottimi risultati. Gli stessi hanno affermato che nei bambini che hanno partecipato a tale programma si è registrata una notevole riduzione del dolore. Ma l’obiettivo è ben più ambizioso che contenere gli effetti collaterali dovuti alle cure ma si prefigge di una assistenza in cui si tenga conto degli aspetti psicologici e sociali dei piccoli pazienti.

I bambini che finora partecipano al progetto nella struttura romana sono 15, prendendo parte ad una lezione settimanale di karate.

Certamente è una lodevole iniziativa ma è necessario fare alcune considerazioni a tal proposito. L’ultima cosa che ci serve è avvolgere in un nuovo alone di misticismo il già intriso mondo delle arti marziali infondendo l’illusione che basti praticare una qualsiasi disciplina orientale una volta a settimana per alleviare gli effetti di un male devastante.

Non esiste assolutamente niente di magico nella pratica delle arti marziali in quanto tali, nessun potere segreto mistico. Il metodo di allenamento e studio della maggior parte di queste discipline, di prevalente origine orientale, ha alla base la ricerca del perfezionamento estremo di ogni singolo gesto con la finalità (almeno originaria) di riprodurlo in combattimento.

La corretta pratica di queste, pertanto, richiede spirito di abnegazione, sacrificio e grossa forza di volontà per il raggiungimento di un risultato. I metodi tradizionali di allenamento volgono verso il continuo superamento dei propri limiti personali, quelli derivanti da una condizione mentale di arresto dovuto al rifiuto del superamento della soglia del dolore dovuto alla stanchezza ed all’estremo affaticamento.

L’allenamento continuo pone pertanto il praticante nella continua condizione di dover fronteggiare e superare tale stato emozionale.

C’è poi la questione del confronto. Parte integrante della pratica è il confronto con un avversario (combattimento). Tale condizione mette il praticante in una situazione di continuo apprendimento della gestione delle proprie emozioni (compresa la paura).

Di sicuro l’intero sistema, che va precisato è (o dovrebbe essere) una prerogativa delle arti marziali e discipline di combattimento ma non una esclusiva, rappresenta uno strumento efficace ed una corretta terapia per fronteggiare il dolore e la paura.

Non vorremmo tuttavia si diffondesse l’illusione che sia sufficiente iscriversi ad un qualsiasi corso di arti marziali e praticare una volta a settimana per ottenere un risultato che soddisfi le aspettative. Gli obiettivi ai quali si è fatto riferimento richiedono, come condizione essenziale, pratica e dedizione seguendo un sistema che, nella sua pratica tradizionale, richiedeva allenamenti quotidiani e cura dell’aspetto mentale parallelamente a quello fisico.

Nulla togliendo al pregevole progetto i cui obiettivi saranno di certo a cura di professionisti del settore e di cui sono pienamente condivisibili gli scopi, è bene ribadire che prendere piccole dosi di una conoscenza, spesso non significa acquisirne una piccola parte…semplicemente non averne accesso.

 

 

Google+
© Riproduzione Riservata