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16 giugno 2012

Giacomo Costa e l’arte di fotografare il futuro

Giacomo Costa non è uno di quegli artisti che per il solo fatto di essere “blasonati” grazie ad un successo di critica pressoché mondiale, si sentono appartenenti ad un empireo di geni assoluti, che guardano ormai il mondo dall’alto di un iperuranio in grado di far perdere loro il contatto con la realtà di tutti i giorni.
Al contrario, si potrebbe dire che lui ed il suo genio, alla quotidianità devono tutto: infatti, pur essendo sempre stato un appassionato di fotografia, Costa nella vita ha sperimentato un’ampia rosa di esperienze, come quando ha deciso di vivere a contatto con la natura tra i monti della Val D’Aosta facendo il meccanico e il soccorritore alpino.

Ha cercato col passare del tempo di non spezzare mai il legame con la natura, testimone fedele della realtà e dell’azione dell’uomo sul e nel mondo, per questo ha sempre fotografato ciò che lo circondava, fino ad approdare all’idea che la fotografia doveva essere il suo modo per comunicare quello che la realtà gli trasmetteva.
La sua forma d’arte è nata così: partire dall’immagine di uno scatto per oltrepassare il confine del reale ed approdare alla proiezione di quella realtà nel futuro, cogliendone i tratti più drammatici. In questo modo, i palazzi che sovrastano il piazzale di una stazione si moltiplicano, arrampicandosi uno sull’altro fino a toccare quasi il cielo, occupando tutto lo spazio possibile, sostituendo l’aria col cemento e lo spazio libero con la loro presenza opprimente.

Immortalando migliaia di scorci di un pianeta in sofferenza, Costa ha affinato nel corso degli anni numerose tecniche digitali di rimodulazione dell’immagine, fino ad arrivare al punto zero, se così si può dire, della sua creatività già matura: come lui stesso ha recentemente dichiarato in un’intervista al New York Times, una decina di anni fa egli ha realizzato che non avrebbe più avuto bisogno di fotografare il reale per poi rimodellarlo sul suo sentire, ma avrebbe potuto plasmare dal nulla la propria pessimistica ma verosimile visione dell’avvenire, attraverso la fotografia digitale.
In una lunga serie di lavori tematici, che ne rispecchia il cammino creativo, l’artista ha voluto elaborare e diffondere la sua personale concezione del futuro, toccando numerosi punti nevralgici della realtà presente, con una spasmodica attenzione alle conseguenze devastanti dell’impatto umano sulla salute della Terra: di fronte alle sue opere digitali, si avverte il monito insito nella desolazione che quelle immagini trasmettono. L’enorme carcassa di un sottomarino  incombe su quello che resta di una città; improbabili e mastodontici edifici grigi si intrecciano in un groviglio letale dove non resta spazio per niente che rimandi ad una forma di vita; una fila di alberi, ultimo brandello di una natura martoriata e deturpata, compongono una timida schiera sopra ad un oceano di palazzi, in una città fantasma (dalla sezione “Opere” del sito ufficiale dell’artista).

La complessità e la potenza immaginifica delle opere di Costa gli hanno permesso di ricevere riconoscimenti a livello mondiale (comprese svariate esposizioni alle Biennali internazionali di fotografia da Torino a New Orleans), fino ad ispirare personaggi del calibro di Norman Foster, il celeberrimo architetto di fama internazionale, autentico collezionista delle opere dell’artista italiano. Il suo ultimo lavoro, che ne attesta anche la grande poliedricità, è una collaborazione con il Teatro della Pergola di Firenze, sua città natale: Costa, infatti, ha curato le scenografie dello spettacolo “Il gioco dell’amore e del caso” (tratto dall’omonima opera di Pierre Marivaux), proponendo un background di scena composto da sue immagini “in movimento”.

Guardando le opere di Costa non è difficile cogliere quel sentimento di disillusione che accompagna i visionari paesaggi proposti dall’artista, una disillusione che comunica angoscia per il futuro e che vuole essere un forte campanello d’allarme rispetto alla nostra sensibilità nei confronti del pianeta.
Proprio questa nostra sensibilità potrebbe essere, vuole dirci l’artista, la chiave per scongiurare scenari che, per il momento, restano immaginari, ma che potrebbero divenire più reali di quanto potremmo pensare: a deciderlo saremo noi.

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