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4 giugno 2012

Google Immagini, un dizionario senza parole?

Quanti di noi almeno una volta hanno digitato sul celebre Google una parola, per poi ricercare le immagini a quella corrispondenti nella apposita scheda Immagini? Probabilmente tutti.

Alla prestigiosa Kingston University di Londra, due giovani talenti delle arti visive hanno pensato che la ricerca di immagini attraverso il search engine più conosciuto al mondo potesse essere rappresentativa dell’approccio alla realtà tipico del mondo di oggi: così, Ben West e Felix Heyes hanno deciso di creare un dizionario composto non da tutte le parole del comune vocabolario, bensì dalle immagini ad esse associate proprio da Google Immagini.

Il risultato del loro genio artistico è un’opera d’arte chiamata “dizionario di Google”: per i più “informatici” specifichiamo subito che, malgrado l’omonimia, non si tratta di un’estensione dell’applicazione Google Dictionary” installabile nel browser Chrome, ma di un variopinto e mastodontico tomo contenente più di ventimila immagini in milletrecento pagine. Molte delle immagini rappresentano, come ha spiegato lo stesso West, “rivoltanti foto mediche, pornografia, razzismo e cartoni animati di pessimo gusto”, il che contribuirebbe – secondo gli autori – a rendere il “dizionario” un autentico “manifesto della cultura umana del 2012” (articolo di Elio Cogno da ilfattoquotidiano.it).

L’idea, che da un punto di vista squisitamente accademico avrebbe fatto probabilmente impallidire Monsieur Diderot e Monsieur D’Alembert, ha immediatamente suscitato in rete un fervente dibattito sulla qualità e sull’essenza dell’arte contemporanea, ed in particolare sulla capacità delle forme d’arte come quella dei due autori londinesi di riportare effettivamente uno scorcio della realtà che ci circonda.

Peraltro, già nel 2011 un altro artista visivo, l’italiano Matteo Sandrini, aveva elaborato un progetto sotto molti aspetti simile al dizionario di Google. Anche in quel caso l’opera era sfociata in un libro di immagini, dedicato, però, al nostro paese e ribattezzato dall’autore “ICONOLARIO: un viaggio in Italia con Google”.

Nella descrizione del progetto si legge: “Una lista di parole attinte da un sondaggio quantitativo rivolto a un gruppo random di persone a cui si è chiesto di indicare una parola associativa che definisse l’Italia contemporanea. Le stesse parole sono state da noi successivamente cercate in GOOGLE IMMAGINI. Le parole e le relative immagini sono state poi raccolte, come in un vocabolario, dalla A alla Z, secondo un progetto iconico, ironicamente chiamato ICONOLARIO.  Perché Google? Internet è ancora il mezzo di comunicazione più libero e più neutrale, anche se molte delle immagini presenti provengono da siti direttamente e indirettamente connessi con l’altro media: la TV. In che modo dunque ci rappresentiamo in Internet e come Internet ci rappresenta?”.

Forse, questo modo di fare arte disvela una piccola rivoluzione culturale sui generis rispetto a quando Andy Wharol fotografava i famosi barattoli di salsa di pomodoro o immortalava la scena cruenta di un incidente stradale per riproporne le varianti colorate e multiformi. Tuttavia è certo che Google Immagini sembra essere andato ben oltre il suo scopo “istituzionale”, dimostrandosi in grado di arrivare ad intercettare l’ispirazione di giovani artisti che nelle decine di migliaia di immagini del web hanno percepito, come l’arte impone, uno specchio dei tempi.

In attesa di conoscere il successo dell’opera, per il momento è curioso notare che i due artisti londinesi sono entrati a far parte – a loro insaputa – dell’opera che loro stessi hanno dato alla luce: se andate su Google Immagini e provate a digitare “dizionario di Google” potrete vedere che la foto del loro “dizionario”, infatti, compare già. Chissà se, a questo punto, dovranno aggiornarlo!

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