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3 giugno 2012

Il caso delle Apps (bufala) “anti terremoto”

Parallelamente all’entrata in commercio dei c.d. smartphones (cellulari “intelligenti” in grado di gestire processi multipli oltre all’attività di telefonia e messaggistica) sono comparsi i market di applicazioni, vale a dire ricchi negozi virtuali che offrono la possibilità di scaricare sul proprio terminale, gratis o a pagamento, le applicazioni (Apps) più svariate, dalle guide turistiche alle ricette di cucina, passando per i giochi più gettonati coi quali trastullarsi nei momenti liberi, senza dimenticare i localizzatori in tempo reale delle stazioni di servizio, ristoranti, bar e alberghi più vicini.

L’offerta dei market è evidentemente improntata alla domanda, il che, di norma, significa che gli sviluppatori delle Apps più o meno complesse mettono all’opera il proprio ingegno sulla base delle “ricerche” che gli utenti effettuano dal proprio cellulare.

In genere, lo sviluppatore più accreditato pubblica la propria applicazione, ne registra i diritti di commercializzazione (nella maggior parte dei casi per venderli ai titolari del sistema operativo sul quale la sua creatura verrà distribuita) ed a quel punto più utenti effettueranno il download, più il guadagno per chi vende sarà garantito: se si considera che il prezzo medio di una app a pagamento si aggira intorno ai 2 euro e che, a partire da gennaio 2012, il numero di terminali attivati – ad esempio con sistema operativo Android – è stato di circa cinquecentomila unità al giorno, i calcoli sono intuitivi e altrettanto facilmente si coglie la dimensione degli interessi di mercato dietro la galassia delle apps.

In nome di quegli stessi interessi, in occasione del sisma che dalla data del 20 maggio fino a poche ore fa ha messo in ginocchio parte della popolazione dell’Emilia Romagna, sono prontamente apparse sui market delle varie piattaforme (Android, IOs, Windows Mobile) numerose apps in grado, secondo la descrizione del venditore, di far scattare un allarme sonoro nell’imminenza dell’arrivo di una scossa.

Stando alle righe che sintetizzano le caratteristiche di queste pioneristiche e pseudo salvifiche applicazioni, infatti, esse, sfruttando l’accelerometro installato in tutti i cellulari di ultima generazione, sarebbero in grado di misurare le vibrazioni che precedono l’avvio vero e proprio del terremoto, allertando per tempo il solerte utente che avrebbe modo, così, di portarsi in salvo.

Di fronte ad applicazioni come queste parrebbe, in sostanza, che, laddove non riescono i sismologi con il metodo scientifico, riescano i programmatori di un software capace di attivare una suoneria al minimo sussulto.

Come la più facile delle previsioni poteva preannunciare, le Apps “anti-sisma” hanno registrato in pochi giorni un inesorabile picco di downloads.

Il dato da sottolineare, evidentemente, è che il successo commerciale delle Apps in questione, questa volta, è stato permesso non da una tendenza di stile o dalle mirabolanti qualità attribuite dai venditori al loro prodotto, bensì dalla paura delle persone che, in preda all’angoscia delle continue scosse dei giorni scorsi, si sono riversate sulla rete a cercare una sorta di placebo, un illusorio appiglio tecnologico che presentasse una parvenza (anche sfumata) di scientifico.

In molti, dopo aver constatato la (ovvia) inutilità delle applicazioni scaricate a pagamento (ed in qualche caso gratis) si sono chiesti quale fosse la differenza tra gli individui che, nelle giornate di sciame sismico, esortavano le persone ad abbandonare le proprie abitazioni a causa dell’arrivo di una forte scossa per poi saccheggiare le case, ed i programmatori di Apps “fasulle” che sull’ansia dei soggetti colpiti dal terremoto hanno costruito in poco tempo un notevole profitto personale. La risposta, abbastanza unanime, è stata: nessuna differenza.

Così, in queste ore, sta salendo alla ribalta il tema dei cosiddetti “sciacalli delle Apps: l’indignazione della rete di utenti è stata alimentata anche dalla scoperta secondo cui un’applicazione, chiamata “Allarme Terremoto”, sarebbe il frutto dell’idea di un italiano già noto per vicende legate alla bancarotta fraudolenta della società di telecomunicazioni da lui precedentemente fondata, vicende per le quali ad oggi risulterebbe latitante a Dubai.

Verrebbe da dire che, stavolta, gli stessi utenti raggirati dal miraggio di uno strumento in grado di “prevedere” l’arrivo del terremoto siano stati, loro malgrado, i fautori della proliferazione di decine di Apps dedicate, ognuna con nomi diversi ma tutte accomunate dal fatto di essere completamente inefficaci: chi le ha programmate aveva intuito prima degli altri, secondo la più spietata delle logiche di mercato, la riuscita dell’operazione.

Monetizzare la paura altrui per ottenere profitti attraverso la tecnologia sembra essere davvero il paradigma dell’uso improprio della tecnologia stessa, come, forse, qualcuno potrebbe obiettare, lo è la ricerca di una sicurezza in un qualcosa che non ha niente di scientifico, in un ambito, quello delle previsioni sismiche, dove neanche la scienza stessa ha ottenuto le risposte che si continuano a cercare.

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