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24 giugno 2012

Violenza è in famiglia: cosa fare per tutelarsi e proteggersi

Quando la violenza è in famiglia
Quando la violenza è in famiglia

Quando la violenza è in famiglia

Quando la violenza è in famiglia cosa fare per tutelarsi.

Nella crisi irreversibile che da anni la investe, la famiglia non appare più quel rifugio sicuro e sereno entro il quale può svolgersi, nel suo naturale percorso, la vita di ogni persona.

Violenza è in famiglia, maltrattamenti fisici e psichici, sopraffazioni colpiscono maggiormente i soggetti più deboli e indifesi che si trovano, paradossalmente, a vivere in uno stato di costrizione e prigionia tra i propri stessi consanguinei.

Il Codice Penale prevede una specifica norma incriminatrice del fenomeno della violenza familiare; l’art.572 c.p., infatti, punisce con la reclusione da uno a cinque anni chiunque maltratta una persona della famiglia o un minore degli anni quattordici (o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia). Qualora dal fatto ne discendano lesioni personali  gravi si applica la reclusione da quattro a otto anni;  da dodici a venti anni nei casi di maggiore gravità.

Va immediatamente precisato che agli effetti del delitto in esame per “famiglia” deve considerarsi ogni gruppo di persone tra le quali, in virtù di intense relazioni  e abitudini di vita, siano sorti rapporti di assistenza e solidarietà; infatti, secondo la Cassazione il reato di maltrattamenti in famiglia non richiede quale presupposto indispensabile l’esistenza di vincoli di parentela civili o naturali posto che sussiste “anche nei riguardi di una persona convivente more uxorio, perché anche in tal caso viene tra le parti a crearsi quel rapporto stabile di comunità familiare che il legislatore ha ritenuto di dover tutelare (Cass. sent. n. 1691/1986).

Non solo,  sebbene in stato di  separazione legale i coniugi sono esentati dagli obblighi di convivenza e di fedeltà, essi sono comunque tenuti al rispetto dei doveri di reciproco rispetto, di assistenza morale e materiale nonché di collaborazione. Nel reato di maltrattamenti l’oggetto giuridico non consiste solo all’interesse vantato dallo Stato affinché la famiglia trovi adeguata tutela da condotte violente e vessatorie, ma anche dalla difesa dell’incolumità fisica e psichica dei membri della famiglia che secondo la Suprema Corte sono portatori dell’interesse “al rispetto della loro personalità nello svolgimento di un rapporto fondato su vincoli familiari” (Cass. sent. n. 37019/2003).

La violenza è in famiglia: quali sono i comportamenti sanzionati dalla legge

La sottoposizione dei familiari (anche se non conviventi), ad atti di vessazione continui e tali da cagionare agli stessi sofferenze, privazioni, umiliazioni, che costituiscano fonte di uno stato di disagio continuo ed incompatibile con normali condizioni di esistenza. Inoltre, anche condotte frequenti contraddistinti da una serie indeterminata di atti di molestia, di ingiuria, di minaccia e di danneggiamento, possono rilevare  l’esistenza di un intento criminoso di cui i singoli episodi, da valutare unitariamente, costituiscono l’espressione.

Ai fini della configurabilità del reato di violenza in famiglia è richiesto che si consumi una condotta abituale motivata da un’unica intenzione criminosa: la lesione dell’integrità fisica o il patrimonio morale del soggetto passivo, cioè, in sintesi, di infliggere abitualmente tali sofferenze. La Cassazione ritiene che per il perfezionamento dell’abitualità della condotta non è necessario che la stessa venga compiuta nel corso di  tempo prolungato, “essendo sufficiente la ripetizione degli atti vessatori, come sopra caratterizzati ed «unificati», anche se per un limitato periodo di tempo” (Cass. sent. n.  2130/1992).

Sotto il profilo psicologico è richiesto che l’agente abbia agito la coscienza e volontà di commettere una serie di fatti lesivi della integrità fisica e della libertà o del decoro della persona offesa in modo abituale. Un intento, dunque, riferibile alla continuità del complesso e perfettamente compatibile con la struttura abituale del reato, attestata ad un comportamento che solo progressivamente è in grado di realizzare il risultato.

Il perseguimento di un tale reato di violenza in famiglia riveste un interesse primario per la collettività; se la famiglia da luogo di serenità e libero sviluppo della personalità umana si tramuta in una prigione in si consumano violenze, umiliazioni e maltrattamenti a risentirne è l’intera collettività la quale si troverà a dover fronteggiare situazioni di debolezza psichica, o peggio, di devianza e illegalità.

Non vi è solo il diritto di ciascuno a vivere in un contesto familiare pacifico senza violenza in famiglia, ma l’interesse della comunità a garantire la propria stabilità e coesione interna. Perché, in fin dei conti, oltre alla propria stretta cerchia parentale si è anche parte di una famiglia ancora più ampia: la società.

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