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2 giugno 2012

Romano Prodi: I ragazzi europei vanno “mischiati” il più possibile

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Romano Prodi

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In occasione del venticinquesimo anniversario Erasmus, Marco Castelnuovo, giornalista di La Stampa, incontra Romano Prodi e assieme discutono sull’universalità dell’Università.

Dice Romano Prodi nell’intervista rilasciata per La Stampa: 

“La tradizione dell’universalità è stata per troppo tempo interrotta dalle guerre, dai nazionalismi e dalle separazioni che hanno in passato dilaniato l’Europa. Hanno fatto eccezione le grandi università britanniche mentre, nel continente, periodi di apertura internazionale si sono alternati a periodi di chiusura, in stretto legame con gli alti e bassi della politica.”

Inutile dire che tutto ciò ha spinto le Università nella direzione di istituzioni molto più burocratiche e standardizzate, non coerenti con le necessità odierne.

Cosa fare allora?

L’ex Presidente del Consiglio propose, nell’ultimo periodo della sua presidenza della Commissione Europea, una moltiplicazione dei fondi Erasmus nella convinzione che questo fosse uno dei pochi strumenti positivi per costruire uno spirito europeo nelle nuove generazioni e per aumentare la necessaria conoscenza reciproca.

La risposta degli Stati membri (a partire dai più ricchi) non fu però accolta con altrettanto entusiasmo e fu stabilito che non un euro aggiuntivo doveva essere dedicato al progetto Erasmus.

Segue Romano Prodi:

“Questa posizione fu giustificata da motivi puramente finanziari ma, nella discussione, emergeva chiaramente la convinta posizione dei governi di tenere il controllo del sistema universitario permanente nelle proprie mani.”

Siamo punto a capo.

Come può nascere uno “spirito” europeo comune se non si “mescolano” fra di loro i giovani?

Il politico esprime opinioni già da più parti acclarate.

“Una struttura per stabilire alcune regole comuni per garantire una comparabile qualità degli insegnamenti e un’effettiva mobilità di studenti e professori è tuttavia necessaria. Così come è indispensabile un maggiore sforzo per promuovere esperienze comuni di insegnamento e progetti comuni di ricerca.”

E questo c’è chiaro! Quello che rimane in sospeso sono delle concrete procedure che attuino un vero e proprio progetto europeo capace di ampliarsi e autoalimentarsi.

Insomma, le cose da fare ci sono, le abbiamo dette, le abbiamo scritte e le abbiamo anche capite ma, in pratica, chi è che deve agire?

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