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18 luglio 2012

I 57 giorni di Paolo Borsellino e la trattativa Stato-Mafia

Dalle straordinarie risultanze delle inchieste palermitane sulla trattativa Stato-Mafia non si può non leggere con un diverso approccio, di certo sconcertato e amareggiato, l’ultimo scorcio di vita di Paolo Borsellino.

Dalla strage di Capaci del 23 maggio 1992 il magistrato siciliano spese i suoi ultimi 57 giorni non tanto nella paura, ma nella lucida consapevolezza che dopo il collega e amico Giovanni Falcone sarebbe toccato a lui esplodere sotto il tritolo.

Ma non solo. In quella angosciosa attesa Paolo Borsellino fu costretto a prendere coscienza di una terribile verità: lo Stato, per il quale erano state sacrificate vite, per il quale era stato versato sangue innocente, era pronto a cedere innanzi alle richieste pressanti di Cosa Nostra, in cambio di una presunta pax mafiosa.

Nessuna supposizione, nessuna storia romanzata, nessuna risibile dietrologia. La trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra non è un’invenzione sensazionalistica di qualche giornalista in cerca di scoop, ma un fatto incontrovertibile.
Lo riconosce il Procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta Sergio Lari durante la sua audizione innanzi alla Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno mafioso.
Le indagini svolte negli ultimi anni non hanno riguardato esclusivamente eventi di espressione criminale, ma sono state finalizzate, a dire del Procuratore, “anche per accertare eventuali intrecci tra questa organizzazione mafiosa e soggetti ad essa esterni, tra cui appartenenti alle istituzioni nel contesto di misteriose e segrete trattative” (Audizione del 26.3.2012, pag. 4)

Più specificatamente, dalle indagini emerge inequivocabilmente che non solo la trattativa è avvenuta, ma vi hanno partecipato il capitano De Donno, l’allora colonnello Mori il quale a sua volta aveva riferito ogni cosa al generale Subranni, suo superiore gerarchico.
Del coinvolgimento di quest’ultimo personaggio ne fu informato lo stesso Borsellino e la sua reazione, secondo quanto ha rivelato la moglie Agnese, fu di autentica amarezza giacché tra i due si era radicato un profondo sentimento d’amicizia.
Sotto il profilo probatorio il Procuratore Aggiunto Domenico Gozzo riconosce estrema rilevanza alle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, figlio di Vito “in quanto è sicuramente soggetto che della trattativa sa”; lo stesso, peraltro, secondo quanto riferito dagli stessi Mori e De Donno, è la persona che mette in comunicazione il padre Vito Ciancimino, che nella trattativa era la parte mafiosa, con la parte statuale, quindi Mori e De Donno (Audizione del 26.3.2012,pag. 19).

Dalle inchieste siciliane sembra emergere che Borsellino non solo era a conoscenza della trattativa ma che vi si oppose strenuamente riuscendo anche a rallentarne lo svolgimento. E’, pertanto, nella opposizione caparbia del magistrato che deve trovarsi la ragione di Riina di eliminarlo, al fine di rafforzare la propria posizione nel “dialogo” con lo Stato. A questo punto sembra quasi naturale chiedersi, alla luce della di questa strana e quanto meno biasimevole “collaborazione” tra il boss mafioso e rappresentanti delle istituzioni, se questi ultimi fossero consapevoli del destino che sarebbe toccato al magistrato palermitano.

La mancata predisposizione da parte delle autorità competenti di adeguate misure di sicurezza per Borsellino – che dopo la morte di Falcone era chiaramente diventato il prossimo bersaglio di Cosa Nostra – in qualche modo avvalora dubbi inquietanti. A tale proposito il Procuratore Lari riconosce nella la strategia terroristico-stragista di Cosa Nostra l’operatività di “elementi esterni interessati ad un’eversione dell’ordine costituzionale, i quali possano aver colto la palla al balzo per cercare di destabilizzare il Paese” (Audizione del 26.3.2012, pag.55).

Da non tralasciare, in questo coacervo di considerazioni, la necessità di appurare il ruolo non solo dei possibili concorrenti esterni alle stragi, ma anche di coloro che parteciparono alla trattativa Stato-mafia, tra cui il misterioso signor Carlo/Franco (forse un agente dei servizi segreti) di cui ha parlato Massimo Ciancimino. Va, inoltre adeguatamente indagata la vicenda della scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino.

Si è alla vigilia del disvelamento di una torbida verità che se Borsellino forse non ebbe tempo e modo di scoprire nella sua gravosa totalità di certo ne comprese almeno i contorni ambigui e inquietanti. Fu questa consapevolezza ad accompagnarlo nei suoi ultimi 57 giorni: accanto al dolore di aver perso durante il cammino amici e colleghi, accanto alla consapevolezza di aver agito contro poteri troppo forti che non si nutrono solo di mafia e per questo impossibili, forse, da sconfiggere, in quell’attesa angosciante del compiersi del suo fatale destino, Borsellino vide la solitudine accerchiarlo e renderlo giorno dopo giorno, ora dopo ora, la prossima vittima sacrificale. A questo punto ci si chiede: la vittima sacrificale sull’altare della trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra?

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