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28 dicembre 2012

Il secondo tempo. Il film: intervista al regista Li Donni

Con grande piacere ci troviamo oggi in compagnia di Pierfrancesco Li Donni, giovane regista palermitano, che già dal suo primo lavoro in campo cinematografico ha fatto parlare di sé come talentuoso autore; il suo film documentario “Il secondo tempo”, è infatti stato proiettato al Parlamento europeo di Bruxelles.

Potresti raccontarci la tua esperienza formativa, dalla laurea alla produzione questo lungometraggio che potremmo definire un viaggio nella Palermo degli anni 90’?

Subito dopo la laurea triennale in storia contemporanea all’Università di Bologna ho presentato domanda per partecipare a un master promosso dalla Cineteca bolognese, lì ho avuto la possibilità di avvicinarmi al mondo del cinema e capire i suoi meccanismi. Finito il corso ho trovato lavoro a Roma, prima partecipando alla realizzazione di alcuni video per la campagna elettorale delle Europee di Claudio Fava e qualche m

ese dopo cominciando a lavorare alla realizzazione di “Ju Tarramutu” film sul terremoto aquilano  del  regista Paolo Pisanelli,  una lunghissima e importante gavetta che mi ha insegnato  a capire il mondo del documentario.  Due anni intensissimi di lavoro che mi hanno dato gli strumenti per  pensare a un lavoro esclusivamente mio. Chiaramente avevo sempre pensato di fare il mio primo lavoro a Palermo, volevo raccontare la città e le sue passioni civili: non ho mai dimenticato il 1992 e gli anni della Primavera palermitana, riprendere e approfondire l’argomento da un punto di vista filmico é stato come sfogliare un vecchio album di fotografie e rivivere emozioni che con gli anni si era un po’ arruginite. É stata una grandissima esperienza umana, prima che professionale.

 Sappiamo che hai lavorato prima con Giuseppe Bertolucci, poi con Paolo Pisanelli. Quali insegnamenti ti hanno trasmesso e quanto, ad oggi, ritieni che siano stati importanti nella tua formazione?

Bertolucci, in realtà, é stato mio maestro alla Cineteca assieme ad altri validissimi insegnanti di montaggio video: loro mi hanno letteralmente trasmesso la passione per il mondo del cinema, facendomi c

ogliere sfumature e aspetti di un mondo che fino allora conoscevo pochissimo. Prima di frequentare la Cineteca non avevo una gran passione per il cinema, pensavo che la telecamera fosse un mezzo e non un fine; invece col passare  del tempo sono stato rapito dalla poesia delle immagini e dei personaggi, soprattutto quelli reali. Con Paolo il discorso é stato diverso; l’osservavo mentre lavorava, vedevo come interagiva coi protagonisti che via via sceglieva durante la lavorazione dei suoi film.Il suo approccio é stato sempre quello di dare profonda attenzione al territorio e alle storie di vita. É stato ed é un grande maestro, oltre che un punto di riferimento per me.

Passiamo ora al tuo esordio cinematografico: qual è stato il motore dell’idea ed ha un significato particolare la decisone di girare il film a Palermo?

Volevo ricominciare dalla mia città il mio percorso di regista, nonostante fossi andato via già da dieci anni, Palermo rimane il posto che più conosco e con cui sento più forte un legame. Il ventennale é stata l’occasione per realizzare questo sogno e poi avevo tante altre fortissime motivazioni. Il racconto sulla Palermo e la mafia é spesso un racconto stereotipato, fatto da occhi esterni, di chi non conosce a fondo la città, di chi vuole raccontarla solo e sempre in maniera gattopardesca o contrapponendo il sole al sangue, i dolci alle lupare e si era sempre fatto un racconto di ricostruzione politica e giudiziaria e la  città é stata sempre raccontata attraverso la voce dei soliti volti noti, magistrati e politici. In quegli anni invece c’era anche un’altra Palermo, quella della gente che aveva smesso di girarsi dall’altro lato, quella dei lenzuoli e delle catene umane, quella che batteva i pugni nelle saracinesche. Una Palermo che molti palermitani hanno dimenticato e che pochissimi in Italia conoscono.

Il ruolo del cantastorie Salvo Piparo è fondamentale nel film. Da quali considerazioni si sviluppa questa figura?

L’incontro con Salvo é stato casuale, quando ho incominciato a pensare al film non era prevista una figura come la sua poi invece ci siamo a poco  a poco immaginati il personaggio che avrebbe dovuto interpretare: un pazzo moderno, solo, rappresentante della contemporaneità difficile da mettere in scena in un lavoro così personale. Salvo si rivolge a una palla, simbolo esoterico per eccellenza, quella palla é Palermo ed é proprio a Palermo che Salvo pone le sue domande che non trovano risposta. E anche un po’ questo il senso de  “Il secondo tempo”, il sapere che c’è, che é un tempo diverso, sicuramente migliore,  ma il non capire cos’è e quanto ancora oggi Palermo sia una città vigile.

In alcuni passaggi del tuo documentario sono inserite le giovani generazioni. Che valenza hanno?

I giovani del film stanno ai margini, sono quelli che ti camminano accanto e che non conosci, sono quelli che hanno dovuto lasciare la scuola perché non ne vedono l’utilità; sono i ragazzi dell’altra Palermo, sono tanti  e a loro modo “normali”. La loro normalità è figlia della sconfitta dello Stato, uno Stato che è sembrato esserci soltanto durante l’emergenza democratica. Sono ragazzi di periferia che non hanno spazi e piazze proprie, spesso senza futuro, nati tra i palazzi anonimi  e che   vivono la città , come se fosse estranea.

E’ stata positiva la recente accoglienza del documentario al Parlamento europeo di Bruxelles e quali reazioni ti aspetti dal pubblico? 

Bruxelles é stata un’esperienza fantastica, non mi aspettavo tutta quella gente e non mi aspettavo neanche così tanti attestati di stima; la cosa che simbolicamente mi ha reso, però,  più felice é stato vedere tra i banchi dei parlamentari una scolaresca emiliana: l’obiettivo  del film era proprio questo, raccontare Palermo  a gente non di Palermo,  a chi conosce poco una storia che poi é quella di una città intera che vuole cambiare; spero di poter far vedere il film in giro per l’Italia, il 27 dicembre ci sarà la prima a Palermo ai Cantieri Culturali della Zisa, poi da Gennaio sarà la volta delle grandi città italiane. Sarebbe un successo riuscire a portare il film città per città, nei prossimi mesi; siamo in attesa di trovare una distribuzione, speriamo arrivi.

Attualmente stai lavorando a nuovi progetti?

Sto già lavorando a  altri due progetti sulla Sicilia, su cui però non posso dire moltissimo;  in uno dei due l’obiettivo é quello di raccontare la Sicilia alla vigilia di un grande evento: sto ancora lavorando al soggetto. Sarà un film molto diverso dal precedente, sarà meno ricostruzione e più un seguire il corso degli eventi. Nell’altro invece continuerò a occuparmi di mafia ed economia con il giornalista Paolo Li Donni, che sta lavorando da più di un anno su questi temi: quest’ultimo lavoro sarà in sostanza una trascrizione documentaria del suo libro.

Ci puoi fornire qualche anticipazione sulle previsioni che hai in mente per il tuo percorso lavorativo?

Voglio continuare a fare documentari, dopo questo nuovi progetto mi piacerebbe farne un altro su Roma o sull’Italia, ho dei temi che mi piacerebbe approfondire, ma purtroppo non é periodo facile neanche per il mondo dei documentari. Lo stato e le case di distribuzione dovrebbero investire molto di più su questo tipo di lavori che negli ultimi anni stanno sempre di più conquistandosi fette di pubblico. Il mondo del documentario va valorizzato e sostenuto, ha molto più senso produrre dieci documentari da 30 mila euro che lungometraggi di finzione con budget risicati, idee di sceneggiatura deboli e guadagni poveri al botteghino.

Ringraziamo Pierfrancesco per aver esaudito le nostre curiosità nonché per la sua grande disponibilità.

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