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21 luglio 2012

Il Colle e la Procura di Palermo: conflitto di attribuzione

Le indagini sulla trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra e le conseguenti implicazioni sulla strage di Via D’Amelio non solo stanno sollevando polemiche politiche, ma anche un inatteso scontro istituzionale.

Sotto accusa l’utilizzo da parte della Procura di Palermo di intercettazioni di conversazioni telefoniche tra il Capo dello Stato Giorgio Napolitano e Nicola Mancino ex Presidente del Senato, sotto indagine da parte dei magistrati siciliani per il suo eventuale coinvolgimento nella trattativa Stato-Mafia.

Il Presidente della Repubblica ha dato mandato all’Avvocatura dello Stato di attivare presso la Corte Costituzionale il conflitto di attribuzione posto che l’uso durante un’indagine giudiziaria di conversazioni telefoniche in cui è parte il Capo dello Stato rischia di ledere le prerogative che la Costituzione riconosce a tutela della sua persona.

Preliminarmente va osservato che i conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato sono il mezzo mediante il quale un potere dello Stato adisce la Corte Costituzione per difendere le proprie “attribuzioni costituzionali” suscettibili di lesione da parte comportamento di un altro potere dello Stato.
Tale strumento acquisisce una valenza particolare nel nostro ordinamento caratterizzato il quale è caratterizzato non solo dalla presenza dei tre poteri tradizionali (legislativo, esecutivo e giudiziario), ma anche di altri numerosi soggetti che partecipano ai procedimenti decisionali quali, ad esempio, il Presidente della Repubblica.

Il conflitto può nascere non solo da un atto di “usurpativo” di potere che consente ad un organo di svolgere una attribuzione spettante all’organo di un altro “potere” (ad esempio, il giudice amministrativo che emette un provvedimento che la pubblica amministrazione ritiene di propria competenza), ma anche dalla condotta di un organo che intralci il corretto esercizio delle competenze altrui. In questo secondo caso si ha semplicemente una contestazione delle modalità impiegate da un soggetto per l’esercizio di attribuzioni che gli appartengono le quali, però possono comportare un impedimento all’esercizio delle attribuzioni altrui.

Il caso in esame sembra rientrare proprio in questa seconda ipotesi giacché, a giudizio del Quirinale, la Procura palermitana seppur legittimata in linea di massima ad utilizzare le intercettazioni telefoniche nell’espletamento delle proprie indagini è sottoposta a dei limiti, di natura costituzionale, quando ad essere coinvolta è la persona del Presidente della Repubblica, vale a dire la carica suprema dello Stato, che necessariamente non deve essere coinvolta (naturalmente eccettuati i casi di responsabilità penale) in alcun procedimento giudiziario.

Sul piano strettamente procedurale il giudizio è introdotto dal ricorso (con l’esposizione sommaria delle ragioni del conflitto e l’indicazione delle norme costituzionali che regolano la materia) della parte che si reputa lesa direttamente alla Corte costituzionale, senza notificazione alla controparte.
Qualora dopo un sommario giudizio la Corte ravvisi la non manifesta inammissibilità del ricorso, si procede nella decisione nel merito, vale a dire con sentenza si stabilisce a chi spetti la competenza, o meglio, in questo caso se la Procura di Palermo è legittimata all’impiego di intercettazioni su conversazioni telefoniche del Capo dello Stato.
La Costituzione attribuisce al Presidente dei mezzi di tutela delle proprie prerogative; trattasi di disposizioni necessarie per un sereno svolgimento delle gravose funzioni che è chiamato a svolgere la massima carica dello Stato.

Tuttavia la percezione nella collettività è di una sorta di difesa aprioristica, avvalendosi della propria posizione di privilegio; scelta peraltro incomprensibile se, come riconosce lo stesso Quirinale, tali conversazioni telefoniche non presentano alcuna rilevanza penale.

Dagli organi più alti delle Istituzioni a volte ci si aspetta una “rinuncia” a tali strumenti posti a loro tutela quando possa servire per lo svolgimento di indagini di estrema rilevanza sociale.

Le inchieste sulla trattativa tra Stato e mafia coinvolgono la stessa vita delle Istituzioni repubblicane rappresentate dal Presidente; è interesse di ogni italiano capire cosa è accaduto agli inizi degli anni ’90, capire se in cambio della fine delle stragi Cosa Nostra ha ottenuto dallo Stato ingiustificabili corrispettivi, capire se l’uccisione di Borsellino debba essere fatta rientrare in questo quadro fosco e torbido.
Per il disvelamento della verità ognuno deve fare la propria parte: dal cittadino comune al massimo rappresentante dello Stato.

E’ pur vero che l’uso delle intercettazioni potrebbe minare il prestigio del Presidente della Repubblica, ma ci si chiede: conversare telefonicamente con una persona sottoposta ad un’indagine così delicata e dalle innegabili implicazioni sul piano politico-giudiziario non comporta un uguale e forse maggiore pregiudizio?

fonte foto: gilda-unams.it

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