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21 luglio 2012

La sfida del giornalismo con se stesso

Il vero giornalismo: dal giornalismo della carta stampata ai tempi moderni, internet, social e new media: ecco come cambia il modo di fare giornalismo

Chiunque svolga l’attività di giornalista, in particolare diffondendo e commentando notizie attraverso l’antico mezzo della stampa, ha da tempo dovuto fare i conti con le innumerevoli e quotidiane rivoluzioni che la tecnologia (ma non solo) ha introdotto nella società di oggi.

Con il graduale espandersi dell’universo digitale, infatti, a cambiare non è stato soltanto il modo attraverso il quale le notizie possono circolare da una parte all’altra del pianeta, ma la fisionomia stessa della notizia in sé, come fatto storico dal quale trarre una riflessione. L’arduo compito di chi, quindi, si fa messaggero della notizia rispetto ai lettori, si sostanzia prima di ogni altra cosa nell’essere al passo coi “tempi” della notizia stessa, che, mutando nella forma e nei contenuti, diviene specchio della società, che si trasforma con la medesima velocità con cui una foto, un video o un commento fanno il giro del web.

La presa di coscienza della necessità di porsi all’avanguardia rispetto a ciò di cui si scrive è, dunque, imprescindibile: nel panorama nazionale ed internazionale degli editorialisti che si sono interrogati sul futuro del loro mestiere, cercando di investigare fino a che punto le acque nelle quali naviga il giornalismo tradizionale siano sicure, c’è chi, come Antonia Senior del Guardian, ha parlato di due vere e proprie tribù che, ad oggi, si fronteggiano nel mondo dell’informazione. Una sarebbe rappresentata dai “laureati in discipline umanistiche“, l’altra dai “tecnologici“, figure ibride di “giornalisti-sviluppatori”: se i primi sono convinti di imparare da ogni cosa che leggono, per poi trasporre la propria creatività nei loro scritti, i secondi sperimentano, provando ad inventare e modellare la struttura stessa attraverso cui far fluire la loro narrazione, ben consapevoli di poter fallire, ma pronti a tutto. Una contrapposizione che, secondo l’autrice, starebbe a testimonianza non solo di un gap di conoscenze (tecnologiche) tra gli uni e gli altri, bensì di autentiche differenze culturali.

La sfida del giornalismo con se stesso: dalle considerazioni della giornalista

Nel domandarsi fino a che punto le due categorie avvertiranno l’urgenza di cominciare a interagire e comunicare più intensamente, per rafforzare la figura del giornalista moderno, la Senior individua con poche parole la profonda diversità di forma mentis di ognuna delle parti in gioco: “In print media, what matters most is engaging prose. In digital media, what matters most is visibility” (Nella stampa quello che più conta è il modo di raccontare le cose in modo coinvolgente, nell’informazione digitale è la visibilità), per poi aggiungere, malinconicamente, che oggi la diffusione delle notizie è nelle mani non di un editor capace di filtrare per i lettori i pezzi più interessanti, bensì un entità senza corpo e senza spirito, quale è l’algoritmo adottato, ad esempio da Google, per la ricerca letterale. Con la conseguenza che anche l’articolo migliore soggiace alla dura legge: “…if Google can’t find it, no one sees it” (Se Google non lo trova, nessuno lo vede).

Alle considerazioni della giornalista del Guardian hanno fatto eco quelle di Dan Hind, autore di diverse pubblicazioni economiche e colonnista di Al Jazzera.comHind, assumendo come punto di partenza il crollo degli introiti pubblicitari dei quotidiani cartacei dell’ultimo biennio, con conseguenze (economiche e non) impensabili fino a pochi anni fa – dalla scomparsa di decine di testate alla forzata “rivoluzione digitale” di altre -, pone l’accento sul business della “vendita di informazioni“. Ad oggi, secondo l’autore, molti quotidiani “digitalizzati” sono a pagamento, il che significa che i lettori, coloro che sono destinati a formarsi un giudizio su ciò che leggono, potranno avere le informazioni e le notizie che ricercano, in cambio di denaro. Questo meccanismo produce l’effetto nocivo di innestare un circolo vizioso, per il quale il giornalista che scrive è fortemente influenzato dal proprio editor (interessato al profitto), il quale, decidendo di “vendere” le informazioni, finisce per vendere i lettori del giornale agli inserzionisti che pagano per la pubblicità.

In una logica di mecato e di guadagno, scrive Hind, mentre internet, da un lato, smonta pezzo per pezzo l’architettura classica del quotidiano di carta per ricomporla con altri nuovi schemi sul web, dall’altro, i giornalisti si trovano sottoposti a a ogni genere di divieto e disincentivo più o meno taciti. In un settore inevitabilmente coinvolto nella crisi economica odierna, il prodotto di tutto questo è uno scenario nel quale i giornalisti che rimangono vengono pagati meno, per fare un lavoro che per giunta è più servile. Tutto ciò, conclude Hind, “cambierà soltanto quando la luce del giorno che i giornalisti dicono di voler far entrare in tutte le aree dell’oscurità sociale, inonderà l’intero processo editoriale“, operazione vitale che non potrà essere fatta senza un pubblico di lettori altrettanto desideroso e consapevole del cambiamento.
Gli spunti offerti dalle riflessioni dei giornalisti stranieri hanno portato Giuseppe Granieri, blogger per L’Espresso e autore di diversi saggi di sociologia dei media, ad elaborare una breve lista di cose che lui stesso definisce irrinunciabili per tutti quei giornalisti che, al giorno d’oggi, rischiano di essere travolti dall’onda digitale.

Granieri sostiene, in particolare, che i punti essenziali sui quali lavorare siano cinque: l’acquisizione della “Grammatica del digitale“, la concezione dell’informazione come un “ecosistema” che si rinnova negli strumenti e nei modi, l’apprendimento immediato delle “parti nuove del mestiere” (leggi: dimestichezza con blog e social network), l’approfondimento delle competenze funzionali sugli “strumenti” (ad esempio l’integrazione tra social network e applicazioni di sharing come Instagram o Pinterest) e, infine, l’adattamento della “mentalità” di lavoro in senso duttile e aperto al nuovo.

L’autore, che definisce quella dell’attualità una sfida che i giornalisti non possono permettersi di non accettare, ha raccolto in modo piuttosto efficace i profili forse più critici messi in luce anche dai suoi colleghi esteri, mettendo in luce un problema che, rispetto al campo di gioco, si pone “a monte”, vale a dire quello della formazione.

Come un lettore ha scritto in risposta alle osservazioni di Granieri, prima ancora del problema di codificare quale e come sarà la professione del giornalista del futuro, occorrerebbe una svolta a livello formativo, possibile attraverso “vere scuole di giornalismo che formino persone in grado di avere senso critico nei confronti della realtà e nei confronti dei mutamenti della professione. In altre parole, sarebbe bello che le scuole di giornalismo sfornassero tanti piccoli “Socrate” che ponendosi domande su se stessi e sul mondo che li circonda possano essere giornalisti che usano professionalmente ogni strumento tecnico e intellettuale“.

Il dibattito, quindi, sulle capacità della professione di giornalista di non disattendere le aspettative del mondo che cambia sotto gli occhi di ognuno di noi, è aperto. Scorrendo virtualmente tutti i punti nodali che la rivoluzione sociale e digitale va a toccare rispetto al mondo delle notizie, vengono in mente le parole che il regista Marco Bellocchio, nel film Sbatti il mostro in prima pagina, faceva pronunciare al redattore capo Bizanti (interpretato da Gian Maria Volonté): impartendo una piccola lezione di giornalismo al giovane articolista Roveda (Fabio Garriba),  egli sentenziava che il lettore, aprendo il quotidiano ne ascoltasse la voce, per sentire “…una parola pacata e definitiva, che deve essere sempre la stessa, dalla prima riga dell’editoriale all’ultimo annuncio economico“. Quanto di più lontano e passato rispetto al mondo di oggi, frenetico, ansioso, immediato, diretto, libero e accessibile, un mondo che corre, pretendendo al proprio fianco un giornalismo in grado di marcarlo stretto.

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