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18 luglio 2012

Quale futuro per i libri in Italia?

Il dibattito è di quelli che si trascinano da anni, senza che ancora si sia trovata una soluzione al problema: in Italia si vendono pochi libri (e nell’ultimo anno il calo delle vendite, vuoi per la crisi, vuoi per tanti altri motivi, è stato ancora più marcato del solito), le librerie, sia quelle indipendenti che le grandi catene, sono in netta difficoltà e le stesse case editrici spesso non sembrano avere un’idea precisa di cosa si debba fare per invertire una tendenza che è veramente preoccupante.

Dati Istat alla mano, il quadro è davvero desolante: nel nostro Paese la percentuale di lettori è piuttosto bassa, e come se non bastasse la stragrande maggioranza di quelli che leggono per motivi non attinenti agli studi o al lavoro non superano i tre libri all’anno, così che, alla fine, si scopre che i cosiddetti “lettori forti”, quelli cioè che leggono più di 12 libri all’anno, rappresentano circa il 14% del totale. Troppo poco, davvero troppo poco.

Dunque, la domanda che editori, librai e lettori devono necessariamente porsi è: “Che fare?”. Alla luce dell’avvilente situazione in cui versa il mercato editoriale, della scarsa propensione degli italiani alla lettura e della rivoluzione digitale in pieno svolgimento (e di cui, dispiace dirlo, poche case editrici sembrano aver compreso portata e significato), cosa si può fare per dare un po’ di respiro ad un settore ormai così asfittico?

Senza voler strafare, si può provare a pensare ad alcuni accorgimenti che, se non risolveranno il problema, perlomeno contribuiranno a migliorare la situazione: in primo luogo, chi vuole fare editoria deve offrire un prodotto curato e facilmente riconoscibile, in modo da conquistare i lettori e far sì che essi, consapevoli della qualità del prodotto, acquistino i libri di una determinata casa editrice “sulla fiducia”, anche se magari non conoscono l’autore di cui stanno per leggere l’opera. Alcune case editrici, sia di grande tradizione (Adelphi, Einaudi) che giovani (Minimum Fax), hanno costruito nel corso degli anni la loro immagine e guadagnato lettori proprio puntando sulla qualità e sull’immediata riconoscibilità delle loro edizioni.

Spostandosi nel campo dei contenuti, si può invece vedere come, in tempi recenti, puntare su un determinato genere possa portare nuovi lettori ad una casa editrice: leggendo l’intervista che Elisabetta Migliavada, editor della narrativa straniera Garzanti, ha rilasciato a La Stampa, in cui si parla anche dei cosiddetti romanzi rosa-chic (espressione impropria secondo l’intervistata, ma si sa che la critica ha la tendenza a intrappolare ogni cosa in una categoria rigida), su cui proprio Garzanti ha investito con decisione ottenendo buonissimi risultati, si capisce bene come la decisione di offrire ai lettori libri di facile fruizione (ma di buona qualità) paghi in termini commerciali e non solo. Ovviamente questo discorso non riguarda soltanto la letteratura femminile: si pensi, tanto per fare un esempio, al noir e ai suoi sottogeneri, dal tradizionale hard-boiled americano al noir scandinavo e mediterraneo, che hanno fatto la fortuna di più di una casa editrice, tanto che in questo caso si può francamente dire che alcuni editori, visto il grande successo del genere, hanno sfruttato eccessivamente questo filone, finendo per non curarsi più di tanto della qualità delle loro pubblicazioni e riversando sul mercato una quantità di romanzi mediocri ma dalla sicura resa commerciale.

Queste sono soltanto proposte di minimo buon senso, ed è chiaro che da sole non possono bastare a risolvere tutti i problemi di un settore tanto in crisi: tuttavia, possono rappresentare un buon punto di partenza, e forse sarebbe bene metterle in pratica da subito, perché non è nemmeno pensabile di abbandonare i libri al loro destino senza preoccuparsi delle gravissime conseguenze che ne deriverebbero, prima fra tutte un ulteriore impoverimento culturale che, data la situazione italiana, non sarebbe davvero sostenibile.

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