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8 luglio 2012

Waking life, la diversità come pregio e difetto

Ci vediamo camminare per strada, sedere al bar, correre dietro ad un cane maculato, ci vediamo e ci distinguiamo, abbiamo pregiudizi per tutti e tutto, sovrastrutture che ci permettono di conoscere senza realmente farlo.
Etichettiamo per comodità di catalogazione, etichettiamo poiché una conoscenza vera di tutto quello che nel nostro mondo c’è da vedere è impossibile, una conoscenza vera di tutte le persone del nostro mondo è impensabile, ed ancora perché una conoscenza certa di per sé, vera, di qualcosa, è utopistica.

Conosciamo senza farlo camminando per strada, sedendo al cinema, chiamando ricco l’uomo in giacca e cravatta e sentimentale il film di un ragazzo che ama senza essere ricambiato.

Abbiamo clichè per tutto, e sovrastrutture per ogni evento, per quanto si possa pensare che ciò sia negativo ci permette di avere  una conoscenza iniziale, una costruzione di aspettative verso ciò che si conosce, che creano situazioni per ulteriori gradi di conoscenza o l’abbandono dell’intento.

Una ragazza molto socievole, magari alticcia, viene etichettata come facile, e vittima dell’interesse generato da quella prima sovrastruttura generatasi nell’istante che la si è vista, ripensandoci, quando il suo ragazzo ci ha picchiati dopo averci parlato dei 4 anni passati al suo fianco, è una conoscenza incerta, che però nel caso della mancanza dell’intralcio ci avrebbe portato a rapportarci a lei con intenti nati da sovrastrutture, positivi o meno, ma che ci facilitano un primo rapporto.

Li dove cade lo sguardo cade anche il nostro giudizio, la nostra etichettatura, la nostra attribuzione di valore.

Involontariamente come riportiamo ad una classe, ad un’idea, un oggetto o una persona, siamo noi stessi che involontariamente, o meno, ci inseriamo in un gruppo specifico, anch’esso etichettabile da altri, ci inseriamo in un gruppo riconoscibile con determinate peculiarità che permette la nostra catalogazione estemporanea nel momento della nostra vista.

Cerchiamo volontariamente, o meno, una diversità, un elemento di distinzione,  che è solo omologazione ad una diversità che è massa. Rifuggiamo con la diversità l’omologazione, la quale  nasce dall’allontanamento e termina nell’inserimento in un gruppo  diverso da quella iniziale

Scegliere di distinguersi è scegliere un’un omologazione diversa, ma pur sempre tale ad un gruppo nel quale le nostre peculiarità sono caratteristiche di tutti.

Per quanto la diversità come scelta di emancipazione divenga omologazione ad una massa altra, la diversità dell’individuo, le sue peculiarità, il suo essere è di per sé diversità in quanto un altro essere, un’altra persona, un altro microcosmo individuale perennemente diverso.

Un essere è peculiare e unico per quanto appartenga, volontariamente o involontariamente ad un gruppo. Le sue scelte sono indice della sua caratterizzazione, il suo pensiero mosso con coscienza è diversità positiva, è scelta coscienziosa di esaltazione della propria individualità.

La  vera diversità personale è espressa negli atti che si compiono non nel gruppo in cui si è scelto  di stare e col quale si condividono atteggiamenti, o modi di espressione.

Il gruppo è un universo in espansione con microcosmi in evoluzione che condividono le leggi universali manifestandole peculiarmente nella propria dimensione.

Per quanto una massa sia omologazione, l’evasione è insita in noi, l’esternazione è un dovere nel caso si voglia una caratterizzazione maggiore, una maggiore accentuazione di se stessi, ma non pregiudica il vivere tranquillamente, il vivere con coscienza di essere diversi basta, essere felici di essere peculiari senza dimostrarlo volontariamente, ma solo tramite l’involontaria o meno che sia appartenenza ad un universo diverso.

Ognuno è in quanto è se stesso, peculiare e diverso, il dimostrarlo è frutto di un ulteriore pensiero, il voler dimostrare  il proprio essere in qualche modo meglio, di altri, è il motore dell’esternazione in gesti del proprio essere diversi .
Come la natura umana impone, l’eccedere è caratteristica di molti atti che compiamo, soprattutto oggi, il troppo, l’eccessivo, manifesti sia in comportamenti  ludici sia in manifestazioni di noi stessi.

Sembra che per dimostrare chi siamo sia necessario urlare; siamo una società che si urla addosso, alza la voce per farsi sentire meglio, alimenta il rumore assordante del vivere di ognuno che, collettivamente, si fa rombo asfissiante.

Waking life, un film del 2001 di Richard Linklater,  è palese dimostrazione di questo, un film caratterizzato da un estetica soffocante che porta lo spettatore continuamente in una situazione di malessere, sia per le scene,  che non presentano mai un’inquadratura fissa o un elemento statico, un altalenarsi di architetture tremolanti e paesaggi gommosi, sia per la storia, non solo inesistente, ma frutto del susseguirsi continuo di un parlato saccente e costruito.

Si presentano senza tregua, allo spettatore ed al protagonista, personaggi saccenti, ognuno con la propria parte da recitare, ognuno con la sua competenza specifica, in  molti casi filosofica, ma anche antropologica e scientifica da esprimere.

Questo film  è l’esempio del culmine del processo di estremizzazione dell’affermazione  di diversità di qualcosa.
Per fare un film diverso, si è andati a ricorrere ad una tecnica cinematografica che presenta non poche pecche e un contenuto estremamente specifico, che posto all’infuori dell’ambiente a lui consono, risulta pretenzioso.

L’affermazione di diversità di questo film è perfettamente riuscita se il successo di tale gesto è l’inguardabilità ed il malessere continuo durante la  fruizione.

Un film, un gesto, una persona, nel suo esternare la sua diversità deve evitare a tutti i costi di dimostrarla a tale modo, deve evitare di creare estremizzazione , se qualcosa è espressione di diversità non presenterà questa diversità nelle forme ma nella sue essenza, non sarà eccesso esteriore ma motivazioe di fondo.

La diversità risiede nelle persona, quindi nella causa, nell’essenza del prodotto di quest’ultima.

Estremizzare qualcosa per renderlo diverso, è solo racchiudere il qualcosa in un altro gruppo, quello dell’eccessivo, la diversità non è appartenenza ad un gruppo, cosa che è involontaria, ma esaltazione delle proprie peculiarità che risieda nella creazione del diverso in quanto nuovo, non nel uovo in quanto diverso.

Il vero nuovo è sempre stata la forma di esternazione migliore delle proprie peculiarità, non la creazione di un qualcosa di nuovo che nuovo cerca solo di esserlo, estremizzandosi nel  tentativo del nuovo, rendendosi solo ennesimo tassello di un omologazione ad altro.

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