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9 agosto 2012

Arti marziali: tra misticismo e difesa personale

Da sempre l’idea delle Arti Marziali è associata al dualismo intricato che si svolge fra benessere psicofisico e abilità nell’autodifesa.

Chi si avvicina alla pratica di una qualsiasi delle tante arti marziali oggi ampiamente diffuse ed insegnate sul nostro territorio lo fa generalmente sedotto dalla possibilità di entrare in possesso di almeno uno di questi aspetti, spesso di entrambi, in quanto resi come due volti di un unico universo e pertanto inscindibili.

Eppure la realtà è spesso ben distante da tali aspettative.

L’acquisizione di quanto detto, infatti, non può assolutamente essere garantito dalla semplice partecipazione ad un corso per due o tre ore a settimana.

Ciò che gli utenti cercano partecipando ai tanti corsi offerti oggi sul mercato finisce col rivelarsi, nella maggior parte dei casi, una pura illusione, lasciando gli stessi praticanti in possesso di una presunta conoscenza della quale risultano nella realtà completamente ignari andando a costituire un altro granello del mosaico di illusioni propagandate oggi sotto la bandiera del “benessere psicofisico”.

La ragione principale (e non l’unica) di ciò è che il raggiungimento di obiettivi ambiziosi non può essere conseguita attraverso processi semplificati. È come lanciarsi col paracadute…..si può essere professionisti del lancio o amatori, ma il minimo per poterlo fare include il lanciarsi, aprire il paracadute ed atterrare indenni. Senza di questo è impossibile azzardare il lancio.

La pratica tradizionale originaria di queste discipline implicava allenamenti quotidiani che duravano spesso anche qualche ora, in contesti in cui l’allievo mostrava totale dedizione e spirito di sacrificio. I praticanti iniziavano spesso in giovanissima età, accumulando pertanto, giunti all’età adolescenziale, già svariati anni di addestramento, che, a quei ritmi di pratica, significava notevole destrezza e abilità di esecuzione di quanto contemplato nella pratica originaria.

La realtà di oggi è enormemente distante da tale mondo. Oggi in media, un praticante di arti marziali, si allena due massimo tre volte a settimana, per la durata di circa un ora ad allenamento, seguendo metodi che, dietro il baluardo, di una diffusione di massa, hanno privato della frazione più dura e sacrificata quello che era il nerbo della pratica tradizionale fino spesso a stravolgerne completamente il significato, e perlopiù, in gran parte dei casi, sotto la guida di istruttori (che si fanno chiamare Maestri) che sono i primi ad ignorarne completamente i contenuti.

I vari passaggi storici che hanno portato alla diffusione di queste discipline, di prevalente origine orientale, hanno comportato delle mutazioni sostanziali, spesso volute e consapevoli, che le hanno rese in gran parte dei casi del tutto inefficaci ai fini della difesa personale. La volontà di diffusione ad un pubblico il più esteso possibile ha ulteriormente contribuito in tale direzione.

I sistemi di allenamento oggi utilizzati nelle discipline tradizionali non funzionano e risultano fallimentari nel creare una reale capacità di autodifesa. Ed il motivo è tanto banale quanto semplice. Tutti gli aspetti fisici ed emozionali che si realizzano in un contesto di difesa personale sono o completamente ignorati o trattati in maniera del tutto inadeguata e spesso incompetente nei corsi presenti sul territorio.

La gestualità finalizzata al combattimento e/o all’autodifesa viene trattata con la illusoria presunzione di apprendere, mediante processi basati essenzialmente sulla memorizzazione, una serie infinita di tecniche funzionali alle più svariate situazioni. Ciò implicherebbe, nel caso spesso disatteso che venissero apprese ed eseguite correttamente, la capacità di richiamare, al momento opportuno, il gesto tecnico più adatto a quel dato contesto ed eseguirlo secondo lo schema studiato.

I processi che dovrebbero pertanto attivarsi implicherebbero:

  1. Riconoscimento di quanto si sta realizzando
  2. Raffronto della situazione in corso con i contesti studiati in palestra
  3. Individuazione dello schema tecnico più vicino al contesto in atto
  4. Esecuzione corretta di quanto appreso apportando le opportune variazioni funzionali dell’inevitabile diversità….. fosse anche semplicemente ed unicamente fisico-geometrica.

Il tutto dovrebbe realizzarsi nel tempo necessario a renderla efficiente. In poche parole prima che l’aggressione si sia conclusa.

Nella realtà niente di tutto ciò accade.

I processi che intervengono in una situazione di pericolo seguono percorsi che hanno ben poco a che vedere con il richiamo mnemonico di un qualcosa di studiato. E questo è solamente uno degli aspetti. Il numero di variabili possibili è generalmente di gran lunga superiore alle azioni simulate, sulle quali è stata ipotizzata una reazione. In più l’intero processo di simulazione su cui è generalmente strutturato l’allenamento è basato su ipotesi spesso totalmente distanti dalla realtà.

È un po’ come se ci si addestrasse per anni a dare la migliore risposta possibile ad una domanda che non verrà mai posta. Così l’intero impianto risulta strutturato su ipotesi sbagliate…vanificando del tutto l’intero costrutto successivo.

Per quanto riguarda poi l’aspetto psicofisico la verità è che nella maggior parte delle scuole lo studio interiore, che costituiva in origine parte integrante e fondamentale dell’allenamento, o è del tutto tralasciato o, molto spesso, semplicemente scimmiottato, tanto alla fine, a porre rimedio a tutto, c’è sempre il concetto ultra inflazionato che “per ottenere dei risultati ci vogliono anni di studio”, in genere molti più di quanto uno studente sia disposto ad investire o abbia effettivamente a disposizione.

Così si infrange il sogno di conseguimento di un equilibrio basato sull’apprendimento di come regolare e gestire le emozioni, la base per non essere sopraffatti dalle paure e dal senso di disagio, nonché reale connessione fra aspetto psicofisico e capacità di autodifesa.

Sarebbe forse ora di smetterla di paventare obiettivi irraggiungibili attribuendone il fallimento ad una dedizione inadeguata o a richieste incompatibili con la nostra realtà quotidiana.

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